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BUSCHE DI CESIOMAGGIORE (BELLUNO) - VENETO

SEDICI CONFRATERNITE SALGONO A NATE DI BORGO VALBELLUNA.

La prima edizione, giusto un anno fa, aveva avuto un indubbio successo. Scaturito dal pretesto di rinnovare il gemellaggio tra la ‘Piave’ e lo SNODAR, l’incontro aveva visto la presenza di altre sette Confraternite, salite alla sede degli alpini a Nate di Borgo Valbelluna (Belluno). Così, a dodici mesi di distanza, la ‘Piave’ ha pensato di replicare l’appuntamento e di invitare altre realtà venete del mondo delle Confraternite. Un invito che è stato prontamente accettato dallo SNODAR, dall’Imperial Castellania di Suàvia, dalla Pasta Fresca, dal Circolo Leoniceno dei Colli Berici, dalla Soppressa di Bassano, dalla Polenta di Vigasio, dai Bigoi al Torcio, dalla Corniola, la Dogale della Marca, dal Raboso e dall’Incrocio Manzoni, dai 12 Apostoli, dalla Tavola Veneta, dal Baccalà alla vicentina, dall’Ingorda del Musetto e dai Radici e Fasioi. L’incontro è stato caratterizzato anche da un altro importante momento: una valutazione della legge regionale che ha istituito il Registro delle Confraternite e del relativo regolamento attuativo. Un confronto nobilitato dalla presenza dell’assessore regionale Federico Caner e dei consiglieri Franco Gidoni e Maurizio Conte. Se unanime è stato l’apprezzamento per il contenuto della legge (“Va ricordato – ha commentato Fabio Bona, presidente della ‘Piave’ - che il Veneto è una delle prime regioni a deliberare in questo settore”), qualche osservazione è stata mossa al regolamento, un po’ troppo complesso e forse eccessivamente burocratico. Recependo le osservazioni, l’assessore Caner si è riservato di convocare, dopo l’estate, una riunione per delineare le necessarie integrazioni. A Nate c’era anche Stefano Cesa, sindaco del neonato comune di Borgo Valbelluna, risultato del referendum di primavera che ha determinato l’unione di Trichiana, Mel e Lentiai. Tempi contenuti per la, davvero molto partecipata, parte ufficiale dell’incontro. Con i saluti delle autorità che hanno posto l’accento sulle potenzialità della rete delle Confraternite nell’ottica di promozione dell’enogastronomia veneta. “E oggi registriamo – ha detto Caner – un altro riconoscimento importante: le Colline del Prosecco sono, infatti, diventate patrimonio mondiale dell’umanità”.  Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche. Che ha anche, celiando, affermato che “Dobbiamo imparare molto dall’attività della Confraternita del Formaggio Piave dop, perché non è certo facile riunire in questo ambiente un assessore, due consiglieri regionali e il sindaco di uno dei più importanti comuni del Bellunese!”. Dopo la messa c’è stata anche l’intronizzazione di un nuovo confratello della ‘Piave’. Paludamenti, medaglia di san Lucio e forma di Piave sono stati consegnati a Paolo Remini. Tante Confraternite e uno spartito di particolare spessore. Dalle 10, gli ospiti erano accolti con caffè, dolcetti e stuzzicanti fette di insaccati. Dietro le quinte, intanto, Antonio Roccon e i suoi collaboratori della Radici&Fasioi lavoravano alacremente per preparare la versione estiva (la cipolla in luogo della pancetta rosolata) del piatto ormai conosciuto anche lontano dai confini regionali. Appena un po’ più appartati, sudavano i responsabili della polenta e dello spiedo, che avrebbero rappresentato il ‘piatto di mezzo’ della giornata. Conclusa con i dolci (una  straordinaria passerella di prodotti realizzati dalle sapienti mani delle ospiti; per loro, un piccolo omaggio delle ‘Piave’) e un freschissimo gelato Lattebusche. Come ricordo dell’incontro 2019, la ‘Piave’ aveva chiesto al proprio confratello, Giuseppe De Lazzer, di realizzare un ‘cuc’. Si tratta, come ha ricordato lo stesso autore, di un fischietto, realizzato in creta, che imitate perfettamente il verso del cuculo.  Le abili  mani degli artigiani ne realizzavano, soprattutto, in forma di animaletti. Per questa occasione, invece, De Lazzer ha pensato a uno spicchio di formaggio (Piave, ovviamente) nel quale si trova benissimo anche un topolino.

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FERRO, SPADE E MINIERE IN PROVINCIA DI BELLUNO.

“Nacque la guerra di Germania per diverse cagioni. Le principali furono (…) per le Miniere di ferro, che havevano Venetiani per longo tempo posseduto oltra l’Alpi della Italia, le quali venivano portate in zoldo del territorio Bellunese, ivi si lavorano con gran copia di edifici. Essendo il ferro che si lavora in Belluno, di gran longa migliore, più perfetto de tutti li altri , che se ritrovano in questo stato. A questo tempo le vene di ferro vengono portate dal Col di Santa Lucia, che hora è giurisdittione dell’illustrissimo Reverendissimo di Trento. (…) Questo Ferro e Azzale (acciaio) si adopera gran parte del paese, e specialmente nelle Fucine, che danno doi milie spade all’anno di ogni sorte”. Monica Sandi ha iniziato da questa pagina della ‘Historia della città di Belluno’ di Giorgio Piloni, la sua narrazione su uno degli affascinanti aspetti della storia bellunese: la produzione di spade e il loro commercio. Per lavorare il ferro occorrono miniere di facile accesso, con una materia prima di buona qualità (siderite magnesi fera), legna per forni e aria per ossigenarli. Così le prime produzioni in scala media si hanno là dove si trovano insieme questi elementi. In provincia, soprattutto Agordino e Zoldo come, tra l’altro, attestano numerosi toponimi: Forno, Fusine, Fornesighe, Brusadaz, Pian del Forno, Molin, Pian del Bus, Livinal del Bus, Vallinferna, Miniere, Forno di Canale, Fursil. Notizie sulle miniere di questo sito sono presenti in documenti del 1177; e in documento del 1185 si legge che i principali forni del Bellunese e di Zoldo erano già in attività.  Il massimo rendimento si ebbe intorno alla metà del 1600, quando il materiale estratto permetteva il funzionamento contemporaneo di ben nove forni, otto veneti e uno vescovile. Tra i diversi manufatti prodotti, particolare rilievo avevano le spade. Una produzione che richiedeva grandi abilità. Lo spadaio non doveva solo sapere lavorare il ferro, ma avere un’approfondita conoscenza del materiale, delle tecniche di forgiatura e tempra dell’acciaio; e saper valutare il bilanciamento della spada. Per questo, ci doveva essere un lavoro di squadra. La bottega, infatti,  era piena di professionalità diverse: dai garzoni al molatore, ossia l’artigiano a cui spettava la rifinitura e l’imbrunitura della lama, una volta che era stata forgiata. Ma il circuito era assai ampio; c’erano i lavoratori del cuoio, i sellai che creavano i foderi delle spade e i cinturoni. Per non parlare dei minatori, dei canopi (operai specializzati di origine tedesca, boema, ecc.), trasportatori, zattieri, i cavatori di pietra (Bolzano Bellunese, Libano e Tisoi). Ma qual’era la dimensione della produzione? Lungo il torrente Ardo “..vi sono undici mulini, sei magli d’acqua, tre fucine che fanno fin 25 mille spade all’anno di ogni sorte” (dalla relazione di Marco Antonio Miari 1574). Trent’anni più tardi (1609) Francesco Zen scriveva di “Tre fusine, una è di Andrea Ferrara nella città, che può far al presente quatro mille spade all’anno, et le doi altre lontane dalla Città circa un miglio nel loco di Fisterre , l’una tenuta da Pietro da Formegan, che può fare circa doi mille spade all’anno che con le spadette sariano in tutto sei mille spade d’ogni sorte, e nell’altra di Pietro Bressanet compagni si fanno badili et zappe, la qual roba vien poi dispensata in parte in quella valle, sul Trevisan, et in parte nel Padovan”. Qualità oltre che quantità. Al punto che, verso la fine del 1500, i fratelli Ferrara a Pietro da Formegan, anziché limitarsi a incidere una lettera identificativa, presero a firmare per esteso le lame prodotte. L’apice del successo fa raggiunto quando le botteghe bellunesi completavano le lame con else (fornimento) e impugnature sempre più raffinate ed eleganti. Come il ‘quadrotto’ che diventerà il tratto distintivo della produzione. Le spade diventano sempre più eleganti e con esse si forniscono anche foderi e cinturoni. Come e perché si esaurisce il distretto della spada? Intanto, dal ‘600, con l’apparire sulla scena delle armi da fuoco, cambiano le tecniche di combattimento. Venezia, riferimento della produzione bellunese, sposta in Val Trompia (delocalizzazione ante litteram!) la produzione delle armi da fuoco. E poi, comincia a scarseggiare sia la materia prima, sia il  legname necessario ai forni. La produzione diventa via via sempre più antieconomica e le maestranze emigrano sia verso altri centri italiani (Brescia, Friuli, Maniago che poi produrrà coltelli) sia verso oltralpe. L’attento lavoro di molti ricercatori ha, fortunatamente, permesso di far conoscere persone (Pietro, Andrea e Zandonà Ferara, Pietro da Formicano (Antonio, Giorgio e Zammaria–Antonio Da Romagno-Simeon Mamani o Manani) Biagio da Lamon, Giorgio e Giuseppe Giorgiutti di Agordo, Francesco Del Pizzol, Bernardino e Francesco Barcelloni) la cui fama è sopravvissuta - per a verità più all’estero che in patria - al tramonto della produzione.

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LEPANTO: UNA SVOLTA PER LA STORIA.

La battaglia di Lepanto e le sue conseguenze. Argomento di grande interesse, quello affrontato nel corso dell’ultimo incontro della Confraternita del Formaggio Piave dop. Un approfondimento, proposto da Stefano Calabro e Franco Zambotto, con due approcci solo apparentemente distanti tra loro. Calabro ha raccontato il momento storico e gli attori principali dell’evento; Zambotto, per parte sua, ha proposto una carrellata su alcuni dei cibi che rappresentavano la quotidianità per le genti venete dell’epoca. Cibi che, poi, sono stati proposti nel tradizionale convivio finale. La battaglia di Lepanto (conosciuta anche come ‘battaglia delle Echinadi o Curzolari’), rappresentò uno dei momenti focali della guerra di Cipro – e, più in generale – dello scontro tra le flotte dell’impero ottomano e quelle cristiane (una coalizione ad assetto variabile, per la verità) della Lega Santa. Sullo sfondo, la contesa tra due figure di grande spessore: Carlo V e Solimano il magnifico. Nel campo occidentale, le diverse visioni circa le strategie da adottare emersero fin da quando si dovette scegliere a chi affidare la guida della coalizione. Che finì per essere assegnato a comando a don Giovanni d'Austria, con Marcantonio Colonna come luogotenente generale. Quale punto di raccolta – oltre 200 galere (per la maggior parte fornite da Venezia) accompagnate da 6 galeazze veneziane – fu scelta Messina, per la sua posizione baricentrica. Qui, a inizio settembre del 1571, si completò la preparazione. Tuttavia, a causa delle differenti velocità di crociera delle imbarcazioni, la flotta cristiana si riunì a Cefalonia solo a inizio ottobre. La battaglia permise di apprezzare sia le doti dei comandanti occidentali, sia la superiorità tecnica delle navi. In particolare quella delle galeazze che potevano aprire il fuoco anche dalle fiancate. Venezia, d’altra parte, aveva anticipato di qualche secolo la costruzione in serie delle imbarcazioni; quella tecnica che fece parlare di una rivoluzione quando fu applicata dagli Stati Uniti con la produzione delle Liberty. Accesa da questioni economiche – il controllo dei traffici – la guerra si chiude per le stesse ragioni. Nel 1573, infatti, Venezia stipulò una pace separata con la Turchia, ridisegnando la mappa del potere nel Mediterraneo. Ma come (e cosa) si mangiava nel Nord Est ai tempi di Lepanto? Il dato di maggior rilievo e quello connesso all’autonomia. Le comunità, le famiglie devono essere, il più possibile, autosufficienti. Pasta fresca (l’essicazione sarà introdotta solo molto più tardi), carne d’anatra (non richiede particolari cure, solo la presenza di fossi e corsi d’acqua), uso costante della farina di mais anche per i dolci.  Proprio su tre piatti – i ‘bigoli’, l’anatra e i ‘zaeti’ – si è concentrato il racconto di Zambotto. I bigoli derivano il nome dalla particolare forma, arcuata, che richiamava quella del ‘bigol’ il giogo che si portava sulle spalle per trasportare due secchi, agganciati alle su estremità. Strumento rimasto in uso, nel Bellunese, fino oltre la metà del secolo scorso, come ‘zempedon’. L’anatra, poi, per la sua diffusione e il facile reperimento, era perfetta sia per garantire il condimento dei bigoli, sia come piatto a sé stante. Quanto ai ‘zaeti’, l’originaria diffusione interessò soprattutto Bellunese e Alto Friuli, per poi diventare uno degli emblemi dei dolci di Venezia. Zambotto ha anche ricordato come l’alimentazione possa essere guidata, oltre che dalle condizioni del territorio e delle produzioni, anche da motivazioni di carattere mistico e ideale. All’indomani di Lepanto, infatti, ci fu in intervento ufficiale della Chiesa che stabilì, per il mese di ottobre, l’obbligo di festeggiare la Madonna del Rosario (indicata come la protettrice dell’armata cristiana) con cibi che facessero ricordare proprio la battaglia di Lepanto. La pratica del rosario era stata introdotta dallo spagnolo Domenico di Guzman, poi santo, fondatore dei Frati Predicatori (comunemente chiamati ‘domenicani’) che – secondo la tradizione - durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine che, come risposta a una sua richiesta per avere uno strumento per combattere l'eresia albigese senza violenza, gli consegnò il rosario. Destinato a diventare, nel corso dei secoli, la preghiera più diffusa per combattere le eresie e una delle più tradizionali orazioni cattoliche. Come, appunto, successe all’indomani di Lepanto.

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IN TANTI PER FESTEGGIARE IL GEMELLAGGIO.

“Quello che ci aveva mosso, all’inizio, era la volontà di rinnovare il gemellaggio con lo SNODAR – il Sovrano Nobilissimo Ordine dell'Amarone e del Recioto. Poi, però, considerando che siamo Confraternite, dunque mondi che ‘condividono’, ‘mettono assieme’, abbiamo chiesto se questo nostro evento poteva interessare anche altre realtà venete. Il risultato – commenta Fabio Bona – presidente della Confraternita del Formaggio Piave dop - è stato più che confortante”. La festa, che ha avuto per teatro la sede degli alpini a Nate di Trichiana (Belluno), infatti, ha visto la partecipazione – oltre che della ‘Piave e dello Snodar – anche della Congrega dei Radici e Fasioi, del Circolo Leoniceno dei Colli Berici, l’Imperial Castellania di Suàvia, la Confraternita della pasta fresca, quelle della Soppressa di Bassano e della Caminaza, e la Cangrande. Breve, ma molto partecipata, la parte ufficiale dell’incontro. Che ha avuto il suo momento centrale nell’intronizzazione di due nuovi soci onorari: Arnaldo Semprebon, Gran Maestro dello Snodar, e Antonio Roccon, Presidente e Gran Maestro della trevigiana Congrega dei Radici e Fasioi. E i due nuovi soci, seppure adusi a essere al centro dell’attenzione, non sono riusciti a celare la loro emozione. Emozione ancora più palpabile quando Bona ha chiamato Natalino Peruzzo. Animatore del mondo enogastronomico veneto e per oltre quattro lustri revisore dei conti della Fice, Peruzzo ha chiuso il suo impegno proprio con l’evento di Nate. Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche, e da Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Oltre lo spiedo, apprezzatissimi anche i dolci preparati e portati da soci e da famiglie. Autori chiamati in passerella per ricevere un omaggio che la ‘Piave’ ha riservato loro.

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SEDICI CONFRATERNITE SALGONO A NATE DI BORGO VALBELLUNA.

La prima edizione, giusto un anno fa, aveva avuto un indubbio successo. Scaturito dal pretesto di rinnovare il gemellaggio tra la ‘Piave’ e lo SNODAR, l’incontro aveva visto la presenza di altre sette Confraternite, salite alla sede degli alpini a Nate di Borgo Valbelluna (Belluno). Così, a dodici mesi di distanza, la ‘Piave’ ha pensato di replicare l’appuntamento e di invitare altre realtà venete del mondo delle Confraternite. Un invito che è stato prontamente accettato dallo SNODAR, dall’Imperial Castellania di Suàvia, dalla Pasta Fresca, dal Circolo Leoniceno dei Colli Berici, dalla Soppressa di Bassano, dalla Polenta di Vigasio, dai Bigoi al Torcio, dalla Corniola, la Dogale della Marca, dal Raboso e dall’Incrocio Manzoni, dai 12 Apostoli, dalla Tavola Veneta, dal Baccalà alla vicentina, dall’Ingorda del Musetto e dai Radici e Fasioi. L’incontro è stato caratterizzato anche da un altro importante momento: una valutazione della legge regionale che ha istituito il Registro delle Confraternite e del relativo regolamento attuativo. Un confronto nobilitato dalla presenza dell’assessore regionale Federico Caner e dei consiglieri Franco Gidoni e Maurizio Conte. Se unanime è stato l’apprezzamento per il contenuto della legge (“Va ricordato – ha commentato Fabio Bona, presidente della ‘Piave’ - che il Veneto è una delle prime regioni a deliberare in questo settore”), qualche osservazione è stata mossa al regolamento, un po’ troppo complesso e forse eccessivamente burocratico. Recependo le osservazioni, l’assessore Caner si è riservato di convocare, dopo l’estate, una riunione per delineare le necessarie integrazioni. A Nate c’era anche Stefano Cesa, sindaco del neonato comune di Borgo Valbelluna, risultato del referendum di primavera che ha determinato l’unione di Trichiana, Mel e Lentiai. Tempi contenuti per la, davvero molto partecipata, parte ufficiale dell’incontro. Con i saluti delle autorità che hanno posto l’accento sulle potenzialità della rete delle Confraternite nell’ottica di promozione dell’enogastronomia veneta. “E oggi registriamo – ha detto Caner – un altro riconoscimento importante: le Colline del Prosecco sono, infatti, diventate patrimonio mondiale dell’umanità”.  Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche. Che ha anche, celiando, affermato che “Dobbiamo imparare molto dall’attività della Confraternita del Formaggio Piave dop, perché non è certo facile riunire in questo ambiente un assessore, due consiglieri regionali e il sindaco di uno dei più importanti comuni del Bellunese!”. Dopo la messa c’è stata anche l’intronizzazione di un nuovo confratello della ‘Piave’. Paludamenti, medaglia di san Lucio e forma di Piave sono stati consegnati a Paolo Remini. Tante Confraternite e uno spartito di particolare spessore. Dalle 10, gli ospiti erano accolti con caffè, dolcetti e stuzzicanti fette di insaccati. Dietro le quinte, intanto, Antonio Roccon e i suoi collaboratori della Radici&Fasioi lavoravano alacremente per preparare la versione estiva (la cipolla in luogo della pancetta rosolata) del piatto ormai conosciuto anche lontano dai confini regionali. Appena un po’ più appartati, sudavano i responsabili della polenta e dello spiedo, che avrebbero rappresentato il ‘piatto di mezzo’ della giornata. Conclusa con i dolci (una  straordinaria passerella di prodotti realizzati dalle sapienti mani delle ospiti; per loro, un piccolo omaggio delle ‘Piave’) e un freschissimo gelato Lattebusche. Come ricordo dell’incontro 2019, la ‘Piave’ aveva chiesto al proprio confratello, Giuseppe De Lazzer, di realizzare un ‘cuc’. Si tratta, come ha ricordato lo stesso autore, di un fischietto, realizzato in creta, che imitate perfettamente il verso del cuculo.  Le abili  mani degli artigiani ne realizzavano, soprattutto, in forma di animaletti. Per questa occasione, invece, De Lazzer ha pensato a uno spicchio di formaggio (Piave, ovviamente) nel quale si trova benissimo anche un topolino.

FERRO, SPADE E MINIERE IN PROVINCIA DI BELLUNO.

“Nacque la guerra di Germania per diverse cagioni. Le principali furono (…) per le Miniere di ferro, che havevano Venetiani per longo tempo posseduto oltra l’Alpi della Italia, le quali venivano portate in zoldo del territorio Bellunese, ivi si lavorano con gran copia di edifici. Essendo il ferro che si lavora in Belluno, di gran longa migliore, più perfetto de tutti li altri , che se ritrovano in questo stato. A questo tempo le vene di ferro vengono portate dal Col di Santa Lucia, che hora è giurisdittione dell’illustrissimo Reverendissimo di Trento. (…) Questo Ferro e Azzale (acciaio) si adopera gran parte del paese, e specialmente nelle Fucine, che danno doi milie spade all’anno di ogni sorte”. Monica Sandi ha iniziato da questa pagina della ‘Historia della città di Belluno’ di Giorgio Piloni, la sua narrazione su uno degli affascinanti aspetti della storia bellunese: la produzione di spade e il loro commercio. Per lavorare il ferro occorrono miniere di facile accesso, con una materia prima di buona qualità (siderite magnesi fera), legna per forni e aria per ossigenarli. Così le prime produzioni in scala media si hanno là dove si trovano insieme questi elementi. In provincia, soprattutto Agordino e Zoldo come, tra l’altro, attestano numerosi toponimi: Forno, Fusine, Fornesighe, Brusadaz, Pian del Forno, Molin, Pian del Bus, Livinal del Bus, Vallinferna, Miniere, Forno di Canale, Fursil. Notizie sulle miniere di questo sito sono presenti in documenti del 1177; e in documento del 1185 si legge che i principali forni del Bellunese e di Zoldo erano già in attività.  Il massimo rendimento si ebbe intorno alla metà del 1600, quando il materiale estratto permetteva il funzionamento contemporaneo di ben nove forni, otto veneti e uno vescovile. Tra i diversi manufatti prodotti, particolare rilievo avevano le spade. Una produzione che richiedeva grandi abilità. Lo spadaio non doveva solo sapere lavorare il ferro, ma avere un’approfondita conoscenza del materiale, delle tecniche di forgiatura e tempra dell’acciaio; e saper valutare il bilanciamento della spada. Per questo, ci doveva essere un lavoro di squadra. La bottega, infatti,  era piena di professionalità diverse: dai garzoni al molatore, ossia l’artigiano a cui spettava la rifinitura e l’imbrunitura della lama, una volta che era stata forgiata. Ma il circuito era assai ampio; c’erano i lavoratori del cuoio, i sellai che creavano i foderi delle spade e i cinturoni. Per non parlare dei minatori, dei canopi (operai specializzati di origine tedesca, boema, ecc.), trasportatori, zattieri, i cavatori di pietra (Bolzano Bellunese, Libano e Tisoi). Ma qual’era la dimensione della produzione? Lungo il torrente Ardo “..vi sono undici mulini, sei magli d’acqua, tre fucine che fanno fin 25 mille spade all’anno di ogni sorte” (dalla relazione di Marco Antonio Miari 1574). Trent’anni più tardi (1609) Francesco Zen scriveva di “Tre fusine, una è di Andrea Ferrara nella città, che può far al presente quatro mille spade all’anno, et le doi altre lontane dalla Città circa un miglio nel loco di Fisterre , l’una tenuta da Pietro da Formegan, che può fare circa doi mille spade all’anno che con le spadette sariano in tutto sei mille spade d’ogni sorte, e nell’altra di Pietro Bressanet compagni si fanno badili et zappe, la qual roba vien poi dispensata in parte in quella valle, sul Trevisan, et in parte nel Padovan”. Qualità oltre che quantità. Al punto che, verso la fine del 1500, i fratelli Ferrara a Pietro da Formegan, anziché limitarsi a incidere una lettera identificativa, presero a firmare per esteso le lame prodotte. L’apice del successo fa raggiunto quando le botteghe bellunesi completavano le lame con else (fornimento) e impugnature sempre più raffinate ed eleganti. Come il ‘quadrotto’ che diventerà il tratto distintivo della produzione. Le spade diventano sempre più eleganti e con esse si forniscono anche foderi e cinturoni. Come e perché si esaurisce il distretto della spada? Intanto, dal ‘600, con l’apparire sulla scena delle armi da fuoco, cambiano le tecniche di combattimento. Venezia, riferimento della produzione bellunese, sposta in Val Trompia (delocalizzazione ante litteram!) la produzione delle armi da fuoco. E poi, comincia a scarseggiare sia la materia prima, sia il  legname necessario ai forni. La produzione diventa via via sempre più antieconomica e le maestranze emigrano sia verso altri centri italiani (Brescia, Friuli, Maniago che poi produrrà coltelli) sia verso oltralpe. L’attento lavoro di molti ricercatori ha, fortunatamente, permesso di far conoscere persone (Pietro, Andrea e Zandonà Ferara, Pietro da Formicano (Antonio, Giorgio e Zammaria–Antonio Da Romagno-Simeon Mamani o Manani) Biagio da Lamon, Giorgio e Giuseppe Giorgiutti di Agordo, Francesco Del Pizzol, Bernardino e Francesco Barcelloni) la cui fama è sopravvissuta - per a verità più all’estero che in patria - al tramonto della produzione.

LEPANTO: UNA SVOLTA PER LA STORIA.

La battaglia di Lepanto e le sue conseguenze. Argomento di grande interesse, quello affrontato nel corso dell’ultimo incontro della Confraternita del Formaggio Piave dop. Un approfondimento, proposto da Stefano Calabro e Franco Zambotto, con due approcci solo apparentemente distanti tra loro. Calabro ha raccontato il momento storico e gli attori principali dell’evento; Zambotto, per parte sua, ha proposto una carrellata su alcuni dei cibi che rappresentavano la quotidianità per le genti venete dell’epoca. Cibi che, poi, sono stati proposti nel tradizionale convivio finale. La battaglia di Lepanto (conosciuta anche come ‘battaglia delle Echinadi o Curzolari’), rappresentò uno dei momenti focali della guerra di Cipro – e, più in generale – dello scontro tra le flotte dell’impero ottomano e quelle cristiane (una coalizione ad assetto variabile, per la verità) della Lega Santa. Sullo sfondo, la contesa tra due figure di grande spessore: Carlo V e Solimano il magnifico. Nel campo occidentale, le diverse visioni circa le strategie da adottare emersero fin da quando si dovette scegliere a chi affidare la guida della coalizione. Che finì per essere assegnato a comando a don Giovanni d'Austria, con Marcantonio Colonna come luogotenente generale. Quale punto di raccolta – oltre 200 galere (per la maggior parte fornite da Venezia) accompagnate da 6 galeazze veneziane – fu scelta Messina, per la sua posizione baricentrica. Qui, a inizio settembre del 1571, si completò la preparazione. Tuttavia, a causa delle differenti velocità di crociera delle imbarcazioni, la flotta cristiana si riunì a Cefalonia solo a inizio ottobre. La battaglia permise di apprezzare sia le doti dei comandanti occidentali, sia la superiorità tecnica delle navi. In particolare quella delle galeazze che potevano aprire il fuoco anche dalle fiancate. Venezia, d’altra parte, aveva anticipato di qualche secolo la costruzione in serie delle imbarcazioni; quella tecnica che fece parlare di una rivoluzione quando fu applicata dagli Stati Uniti con la produzione delle Liberty. Accesa da questioni economiche – il controllo dei traffici – la guerra si chiude per le stesse ragioni. Nel 1573, infatti, Venezia stipulò una pace separata con la Turchia, ridisegnando la mappa del potere nel Mediterraneo. Ma come (e cosa) si mangiava nel Nord Est ai tempi di Lepanto? Il dato di maggior rilievo e quello connesso all’autonomia. Le comunità, le famiglie devono essere, il più possibile, autosufficienti. Pasta fresca (l’essicazione sarà introdotta solo molto più tardi), carne d’anatra (non richiede particolari cure, solo la presenza di fossi e corsi d’acqua), uso costante della farina di mais anche per i dolci.  Proprio su tre piatti – i ‘bigoli’, l’anatra e i ‘zaeti’ – si è concentrato il racconto di Zambotto. I bigoli derivano il nome dalla particolare forma, arcuata, che richiamava quella del ‘bigol’ il giogo che si portava sulle spalle per trasportare due secchi, agganciati alle su estremità. Strumento rimasto in uso, nel Bellunese, fino oltre la metà del secolo scorso, come ‘zempedon’. L’anatra, poi, per la sua diffusione e il facile reperimento, era perfetta sia per garantire il condimento dei bigoli, sia come piatto a sé stante. Quanto ai ‘zaeti’, l’originaria diffusione interessò soprattutto Bellunese e Alto Friuli, per poi diventare uno degli emblemi dei dolci di Venezia. Zambotto ha anche ricordato come l’alimentazione possa essere guidata, oltre che dalle condizioni del territorio e delle produzioni, anche da motivazioni di carattere mistico e ideale. All’indomani di Lepanto, infatti, ci fu in intervento ufficiale della Chiesa che stabilì, per il mese di ottobre, l’obbligo di festeggiare la Madonna del Rosario (indicata come la protettrice dell’armata cristiana) con cibi che facessero ricordare proprio la battaglia di Lepanto. La pratica del rosario era stata introdotta dallo spagnolo Domenico di Guzman, poi santo, fondatore dei Frati Predicatori (comunemente chiamati ‘domenicani’) che – secondo la tradizione - durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine che, come risposta a una sua richiesta per avere uno strumento per combattere l'eresia albigese senza violenza, gli consegnò il rosario. Destinato a diventare, nel corso dei secoli, la preghiera più diffusa per combattere le eresie e una delle più tradizionali orazioni cattoliche. Come, appunto, successe all’indomani di Lepanto.

IN TANTI PER FESTEGGIARE IL GEMELLAGGIO.

“Quello che ci aveva mosso, all’inizio, era la volontà di rinnovare il gemellaggio con lo SNODAR – il Sovrano Nobilissimo Ordine dell'Amarone e del Recioto. Poi, però, considerando che siamo Confraternite, dunque mondi che ‘condividono’, ‘mettono assieme’, abbiamo chiesto se questo nostro evento poteva interessare anche altre realtà venete. Il risultato – commenta Fabio Bona – presidente della Confraternita del Formaggio Piave dop - è stato più che confortante”. La festa, che ha avuto per teatro la sede degli alpini a Nate di Trichiana (Belluno), infatti, ha visto la partecipazione – oltre che della ‘Piave e dello Snodar – anche della Congrega dei Radici e Fasioi, del Circolo Leoniceno dei Colli Berici, l’Imperial Castellania di Suàvia, la Confraternita della pasta fresca, quelle della Soppressa di Bassano e della Caminaza, e la Cangrande. Breve, ma molto partecipata, la parte ufficiale dell’incontro. Che ha avuto il suo momento centrale nell’intronizzazione di due nuovi soci onorari: Arnaldo Semprebon, Gran Maestro dello Snodar, e Antonio Roccon, Presidente e Gran Maestro della trevigiana Congrega dei Radici e Fasioi. E i due nuovi soci, seppure adusi a essere al centro dell’attenzione, non sono riusciti a celare la loro emozione. Emozione ancora più palpabile quando Bona ha chiamato Natalino Peruzzo. Animatore del mondo enogastronomico veneto e per oltre quattro lustri revisore dei conti della Fice, Peruzzo ha chiuso il suo impegno proprio con l’evento di Nate. Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche, e da Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Oltre lo spiedo, apprezzatissimi anche i dolci preparati e portati da soci e da famiglie. Autori chiamati in passerella per ricevere un omaggio che la ‘Piave’ ha riservato loro.