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BUSCHE DI CESIOMAGGIORE (BELLUNO) - VENETO

LEPANTO: UNA SVOLTA PER LA STORIA.

La battaglia di Lepanto e le sue conseguenze. Argomento di grande interesse, quello affrontato nel corso dell’ultimo incontro della Confraternita del Formaggio Piave dop. Un approfondimento, proposto da Stefano Calabro e Franco Zambotto, con due approcci solo apparentemente distanti tra loro. Calabro ha raccontato il momento storico e gli attori principali dell’evento; Zambotto, per parte sua, ha proposto una carrellata su alcuni dei cibi che rappresentavano la quotidianità per le genti venete dell’epoca. Cibi che, poi, sono stati proposti nel tradizionale convivio finale. La battaglia di Lepanto (conosciuta anche come ‘battaglia delle Echinadi o Curzolari’), rappresentò uno dei momenti focali della guerra di Cipro – e, più in generale – dello scontro tra le flotte dell’impero ottomano e quelle cristiane (una coalizione ad assetto variabile, per la verità) della Lega Santa. Sullo sfondo, la contesa tra due figure di grande spessore: Carlo V e Solimano il magnifico. Nel campo occidentale, le diverse visioni circa le strategie da adottare emersero fin da quando si dovette scegliere a chi affidare la guida della coalizione. Che finì per essere assegnato a comando a don Giovanni d'Austria, con Marcantonio Colonna come luogotenente generale. Quale punto di raccolta – oltre 200 galere (per la maggior parte fornite da Venezia) accompagnate da 6 galeazze veneziane – fu scelta Messina, per la sua posizione baricentrica. Qui, a inizio settembre del 1571, si completò la preparazione. Tuttavia, a causa delle differenti velocità di crociera delle imbarcazioni, la flotta cristiana si riunì a Cefalonia solo a inizio ottobre. La battaglia permise di apprezzare sia le doti dei comandanti occidentali, sia la superiorità tecnica delle navi. In particolare quella delle galeazze che potevano aprire il fuoco anche dalle fiancate. Venezia, d’altra parte, aveva anticipato di qualche secolo la costruzione in serie delle imbarcazioni; quella tecnica che fece parlare di una rivoluzione quando fu applicata dagli Stati Uniti con la produzione delle Liberty. Accesa da questioni economiche – il controllo dei traffici – la guerra si chiude per le stesse ragioni. Nel 1573, infatti, Venezia stipulò una pace separata con la Turchia, ridisegnando la mappa del potere nel Mediterraneo. Ma come (e cosa) si mangiava nel Nord Est ai tempi di Lepanto? Il dato di maggior rilievo e quello connesso all’autonomia. Le comunità, le famiglie devono essere, il più possibile, autosufficienti. Pasta fresca (l’essicazione sarà introdotta solo molto più tardi), carne d’anatra (non richiede particolari cure, solo la presenza di fossi e corsi d’acqua), uso costante della farina di mais anche per i dolci.  Proprio su tre piatti – i ‘bigoli’, l’anatra e i ‘zaeti’ – si è concentrato il racconto di Zambotto. I bigoli derivano il nome dalla particolare forma, arcuata, che richiamava quella del ‘bigol’ il giogo che si portava sulle spalle per trasportare due secchi, agganciati alle su estremità. Strumento rimasto in uso, nel Bellunese, fino oltre la metà del secolo scorso, come ‘zempedon’. L’anatra, poi, per la sua diffusione e il facile reperimento, era perfetta sia per garantire il condimento dei bigoli, sia come piatto a sé stante. Quanto ai ‘zaeti’, l’originaria diffusione interessò soprattutto Bellunese e Alto Friuli, per poi diventare uno degli emblemi dei dolci di Venezia. Zambotto ha anche ricordato come l’alimentazione possa essere guidata, oltre che dalle condizioni del territorio e delle produzioni, anche da motivazioni di carattere mistico e ideale. All’indomani di Lepanto, infatti, ci fu in intervento ufficiale della Chiesa che stabilì, per il mese di ottobre, l’obbligo di festeggiare la Madonna del Rosario (indicata come la protettrice dell’armata cristiana) con cibi che facessero ricordare proprio la battaglia di Lepanto. La pratica del rosario era stata introdotta dallo spagnolo Domenico di Guzman, poi santo, fondatore dei Frati Predicatori (comunemente chiamati ‘domenicani’) che – secondo la tradizione - durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine che, come risposta a una sua richiesta per avere uno strumento per combattere l'eresia albigese senza violenza, gli consegnò il rosario. Destinato a diventare, nel corso dei secoli, la preghiera più diffusa per combattere le eresie e una delle più tradizionali orazioni cattoliche. Come, appunto, successe all’indomani di Lepanto.

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IN TANTI PER FESTEGGIARE IL GEMELLAGGIO.

“Quello che ci aveva mosso, all’inizio, era la volontà di rinnovare il gemellaggio con lo SNODAR – il Sovrano Nobilissimo Ordine dell'Amarone e del Recioto. Poi, però, considerando che siamo Confraternite, dunque mondi che ‘condividono’, ‘mettono assieme’, abbiamo chiesto se questo nostro evento poteva interessare anche altre realtà venete. Il risultato – commenta Fabio Bona – presidente della Confraternita del Formaggio Piave dop - è stato più che confortante”. La festa, che ha avuto per teatro la sede degli alpini a Nate di Trichiana (Belluno), infatti, ha visto la partecipazione – oltre che della ‘Piave e dello Snodar – anche della Congrega dei Radici e Fasioi, del Circolo Leoniceno dei Colli Berici, l’Imperial Castellania di Suàvia, la Confraternita della pasta fresca, quelle della Soppressa di Bassano e della Caminaza, e la Cangrande. Breve, ma molto partecipata, la parte ufficiale dell’incontro. Che ha avuto il suo momento centrale nell’intronizzazione di due nuovi soci onorari: Arnaldo Semprebon, Gran Maestro dello Snodar, e Antonio Roccon, Presidente e Gran Maestro della trevigiana Congrega dei Radici e Fasioi. E i due nuovi soci, seppure adusi a essere al centro dell’attenzione, non sono riusciti a celare la loro emozione. Emozione ancora più palpabile quando Bona ha chiamato Natalino Peruzzo. Animatore del mondo enogastronomico veneto e per oltre quattro lustri revisore dei conti della Fice, Peruzzo ha chiuso il suo impegno proprio con l’evento di Nate. Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche, e da Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Oltre lo spiedo, apprezzatissimi anche i dolci preparati e portati da soci e da famiglie. Autori chiamati in passerella per ricevere un omaggio che la ‘Piave’ ha riservato loro.

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FORMAGGI E VINI FRANCESI: UN NUOVO CAPITOLO.

Per la Confraternita del Formaggio Piave Dop rappresenta una tradizione che si ripete. A Hermes Dalla Gasperina, feltrino emigrato in Francia molti anni fa, è affidato il compito di portare formaggi e vini d’oltralpe. Prodotti che costruiscono la ‘materia prima’ di una piacevolissima serata. “E’ un modo – commenta Fabio Bona, il presidente della Confraternita – per realizzare uno dei più importanti tra i nostri compiti statutari; favorire la conoscenza del cibo che è e resta uno degli elementi che connotano la storia e della cultura di ogni popolo. E conoscenza significa poter capire similitudini e differenze esistenti anche tra mondi geograficamente e storicamente vicini”. Anche per il quarto appuntamento, ospitato come da tradizione nei locali del ristorante ‘La Casona’ di Feltre, Dalla Gasperina ha portato cinque formaggi e altrettanti vini. Questa volta ha scelto formaggi (di latte vaccino, capra e pecora) prodotti in collina, provenienti da diverse regioni: Jura, Alta Savoia, Loira e Midi Pyrénées. A iniziare dal Morbier Doc, formaggio a latte crudo, crosta lavata con sale, fermenti lattici, spezie e aromi. Confezionato nella regione del Jura, in forme di peso non inferiore a 5 chilogrammi. L’abbinamento previsto era con il Muscadet Sevre e Maine, vino bianco della Loira. Vino dal colore giallo paglierino, da bere in generale giovane ma capace di affrontare anche conservazioni ultra decennali. Prodotto in altura (Alta Savoia, vicino ad Albertville da monaci trappisti) anche l’Abbaye de Tamiè Igp, formaggio dal sapore rustico, aromatico floreale, erbaceo. In passato, dato che i contadini dovevano pagare una tassa in base al latte conferito, facevano una mezza mungitura per l’abbazia; e solo più tardi la completavano per uso proprio. Prodotto abbinato con un rosso del Reno, il Grignan les Adhemar, vino armonioso, ricco, potente, equilibrato, con evidenti sentori di frutti di bosco e spezie. Dalla regione della Loira arriva, invece, il Valencay Doc, formaggio di capra a pasta cruda, dalla caratteristica forma a piramide tronca. Forma che la tradizione fa risalire a Napoleone che, visto che l’originale forma a piramide gli ricordava la sconfitta patita in Egitto, ne tagliò la cuspide con la spada! L’abbinamento proposto è stato quello con un vino bianco secco – il Quincy - di bella struttura, profumo di fiori bianchi con sapore fruttato, da bere giovane. A seguire, è stato proposto l’Ossau-Iraty Doc, un prodotto misto pecora (80%) e latte vaccino (20%), prorotto nei Midi Pyrénées, regione dove esiste il più grande faggeto europeo. Stagionato al buio, in grotte, presenta un sapore intenso, selvatico, animale, con note di frutta secca, erba fermentata. Nel 2011 ha ricevuto il ‘World Cheese’ come miglior formaggio di malga. E’ stato accompagnato dal Muscat Rivesaltes Tuile, un vino bianco dolce, dal profumo espressivo con note intense di frutti di bosco molto maturi ; e aromi di mirtillo, mora, marmellata di frutta nera. Gran finale con il Bleu de Gex Doc, creato dai monaci dell’Abbazia di S. Claude nel Jura. Latte vaccino crudo e intero, pasta cruda non pressata. Sapore leggermente amaro, sapido, con echi di nocciole e funghi. E’ uno dei pochissimi erborinati a latte crudo. L’abbinamento è stato con il Macvin du Jura Doc. Vino bianco liquoroso del Jura che propone profumi di legno e resina, ma anche di fiori e frutta. “Una volta di più - ha chiosato Fabio Bona – abbiamo potuto accrescere le nostre conoscenze su formaggi e vini dei nostri cugini d’Oltralpe. Rinnovando il nostro grazie a Hermes per la sua disponibilità, già ci diamo l’appuntamento al prossimo anno. Per aprire una nuova pagina di questo affascinante viaggio”.  

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LA PROVINCIA DI BELLUNO IERI E OGGI.

RITROVARE LE RADICI.
 Qual’era la fotografia della provincia di Belluno nel periodo tra la fine della Grande Guerra e gli anni Trenta del secolo scorso? Quale il panorama economico e quali i tratti che connotavano la società bellunese? Domande non banali che hanno rappresentato lo stimolo per un’interessante pubblicazione curata dalla Camera di Commercio. Pubblicazione della quale ha parlato una delle curatrici, la feltrina, Monica Sandi, nel corso di una serata proposta dalla Confraternita. “E’ curioso – notava in apertura il presidente, Fabio Bona – che questo volume non fosse ancora stato presentato a Feltre mentre è passato in molti altri comuni”. L’impegno affidato ai curatori - come ricorda il presidente camerale, Paolo Doglioni, nella sua introduzione – era quello di trovare e mostrare analogie e differenze tra quel periodo storico e quello attuale; entrambi, peraltro, caratterizzati da una profonda crisi economica e sociale. Un lavoro che, poi, ha permesso di togliere la patina del tempo che inevitabilmente si era depositata su fatti, persone, laboratori artigiani e industrie. Il volume ha certamente risposto a un’esigenza sentita, quella di ritrovare una parte del proprio passato recente. “In effetti – ha ricordato la Sandi – quando si è saputo del nostro lavoro, ci sono arrivati contributi e segnalazioni un po’ da tutta la provincia”. Alla base del lavoro, l’archivio della Camera di Commercio, ottimamente conservato ma che – sinora – era stato poco esplorato e mai utilizzato in modo sistematico. La legge 121/1910 aveva istituito il Registro Ditte, al quale ogni impresa doveva iscriversi. E - giacché nella denuncia bisognava indicare (oltre i dati anagrafici del titolare e dei soci) anche la ragione sociale, la sede, il ramo di attività e il capitale – si comprende come l’uso dei dati abbia permesso ai curatori di scattare una vivida fotografia del tessuto economico (e quindi, sociale) della provincia. Curiosamente, se si analizzano i dati maggiormente indicativi di un territorio (popolazione e trasporti, su tutti), è sorprendente rilevare che le analogie sono molto più frequenti delle differenze. Anzi, il processo di progressivo spopolamento della montagna – di cui ci si lamentava già all’indomani della Grande Guerra – lungi dall’aver invertito la rotta, si è ulteriormente accelerato. La popolazione, che nel 1921 ammontava a 259.000 abitanti, oggi è pari a 204.000. E va rilevato che la decrescita è, almeno in parte, contrastata dai fenomeni immigratori. E i trasporti? La ferrovia, considerata lo strumento col quale rompere l’isolamento, arrivò a Belluno in ritardo (1886, ultimo capoluogo veneto raggiunto) e portò pochi e limitati vantaggi. Ci furono, è vero, realizzazioni locali ma determinate, in via quasi esclusiva, da esigenze militari. Iniziative, per questo, destinate a tramontare rapidamente. Oggi si fa un gran parlare di elettrificazione e sbocco a nord, ma – appunto – siamo ai progetti. Il volume documenta, con l’evidenza dei dati, come lo sviluppo di artigianato e industria (con qualche lodevole eccezione, come l’occhialeria) abbia avuto in una mentalità arcaica e nella scarsa propensione al cambiamento, i suoi freni inibitori. Certo, l’imprenditore bellunese doveva confrontarsi anche con un sistema del credito poco attento (anche qui, nessuna novità) a sostenere nuovi progetti e nuove iniziative. Insomma: un volume (arricchito da un’eccellente appendice documentaria) utilissimo per capire il passato e, magari, provare a disegnare un futuro meno gramo.

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LEPANTO: UNA SVOLTA PER LA STORIA.

La battaglia di Lepanto e le sue conseguenze. Argomento di grande interesse, quello affrontato nel corso dell’ultimo incontro della Confraternita del Formaggio Piave dop. Un approfondimento, proposto da Stefano Calabro e Franco Zambotto, con due approcci solo apparentemente distanti tra loro. Calabro ha raccontato il momento storico e gli attori principali dell’evento; Zambotto, per parte sua, ha proposto una carrellata su alcuni dei cibi che rappresentavano la quotidianità per le genti venete dell’epoca. Cibi che, poi, sono stati proposti nel tradizionale convivio finale. La battaglia di Lepanto (conosciuta anche come ‘battaglia delle Echinadi o Curzolari’), rappresentò uno dei momenti focali della guerra di Cipro – e, più in generale – dello scontro tra le flotte dell’impero ottomano e quelle cristiane (una coalizione ad assetto variabile, per la verità) della Lega Santa. Sullo sfondo, la contesa tra due figure di grande spessore: Carlo V e Solimano il magnifico. Nel campo occidentale, le diverse visioni circa le strategie da adottare emersero fin da quando si dovette scegliere a chi affidare la guida della coalizione. Che finì per essere assegnato a comando a don Giovanni d'Austria, con Marcantonio Colonna come luogotenente generale. Quale punto di raccolta – oltre 200 galere (per la maggior parte fornite da Venezia) accompagnate da 6 galeazze veneziane – fu scelta Messina, per la sua posizione baricentrica. Qui, a inizio settembre del 1571, si completò la preparazione. Tuttavia, a causa delle differenti velocità di crociera delle imbarcazioni, la flotta cristiana si riunì a Cefalonia solo a inizio ottobre. La battaglia permise di apprezzare sia le doti dei comandanti occidentali, sia la superiorità tecnica delle navi. In particolare quella delle galeazze che potevano aprire il fuoco anche dalle fiancate. Venezia, d’altra parte, aveva anticipato di qualche secolo la costruzione in serie delle imbarcazioni; quella tecnica che fece parlare di una rivoluzione quando fu applicata dagli Stati Uniti con la produzione delle Liberty. Accesa da questioni economiche – il controllo dei traffici – la guerra si chiude per le stesse ragioni. Nel 1573, infatti, Venezia stipulò una pace separata con la Turchia, ridisegnando la mappa del potere nel Mediterraneo. Ma come (e cosa) si mangiava nel Nord Est ai tempi di Lepanto? Il dato di maggior rilievo e quello connesso all’autonomia. Le comunità, le famiglie devono essere, il più possibile, autosufficienti. Pasta fresca (l’essicazione sarà introdotta solo molto più tardi), carne d’anatra (non richiede particolari cure, solo la presenza di fossi e corsi d’acqua), uso costante della farina di mais anche per i dolci.  Proprio su tre piatti – i ‘bigoli’, l’anatra e i ‘zaeti’ – si è concentrato il racconto di Zambotto. I bigoli derivano il nome dalla particolare forma, arcuata, che richiamava quella del ‘bigol’ il giogo che si portava sulle spalle per trasportare due secchi, agganciati alle su estremità. Strumento rimasto in uso, nel Bellunese, fino oltre la metà del secolo scorso, come ‘zempedon’. L’anatra, poi, per la sua diffusione e il facile reperimento, era perfetta sia per garantire il condimento dei bigoli, sia come piatto a sé stante. Quanto ai ‘zaeti’, l’originaria diffusione interessò soprattutto Bellunese e Alto Friuli, per poi diventare uno degli emblemi dei dolci di Venezia. Zambotto ha anche ricordato come l’alimentazione possa essere guidata, oltre che dalle condizioni del territorio e delle produzioni, anche da motivazioni di carattere mistico e ideale. All’indomani di Lepanto, infatti, ci fu in intervento ufficiale della Chiesa che stabilì, per il mese di ottobre, l’obbligo di festeggiare la Madonna del Rosario (indicata come la protettrice dell’armata cristiana) con cibi che facessero ricordare proprio la battaglia di Lepanto. La pratica del rosario era stata introdotta dallo spagnolo Domenico di Guzman, poi santo, fondatore dei Frati Predicatori (comunemente chiamati ‘domenicani’) che – secondo la tradizione - durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine che, come risposta a una sua richiesta per avere uno strumento per combattere l'eresia albigese senza violenza, gli consegnò il rosario. Destinato a diventare, nel corso dei secoli, la preghiera più diffusa per combattere le eresie e una delle più tradizionali orazioni cattoliche. Come, appunto, successe all’indomani di Lepanto.

IN TANTI PER FESTEGGIARE IL GEMELLAGGIO.

“Quello che ci aveva mosso, all’inizio, era la volontà di rinnovare il gemellaggio con lo SNODAR – il Sovrano Nobilissimo Ordine dell'Amarone e del Recioto. Poi, però, considerando che siamo Confraternite, dunque mondi che ‘condividono’, ‘mettono assieme’, abbiamo chiesto se questo nostro evento poteva interessare anche altre realtà venete. Il risultato – commenta Fabio Bona – presidente della Confraternita del Formaggio Piave dop - è stato più che confortante”. La festa, che ha avuto per teatro la sede degli alpini a Nate di Trichiana (Belluno), infatti, ha visto la partecipazione – oltre che della ‘Piave e dello Snodar – anche della Congrega dei Radici e Fasioi, del Circolo Leoniceno dei Colli Berici, l’Imperial Castellania di Suàvia, la Confraternita della pasta fresca, quelle della Soppressa di Bassano e della Caminaza, e la Cangrande. Breve, ma molto partecipata, la parte ufficiale dell’incontro. Che ha avuto il suo momento centrale nell’intronizzazione di due nuovi soci onorari: Arnaldo Semprebon, Gran Maestro dello Snodar, e Antonio Roccon, Presidente e Gran Maestro della trevigiana Congrega dei Radici e Fasioi. E i due nuovi soci, seppure adusi a essere al centro dell’attenzione, non sono riusciti a celare la loro emozione. Emozione ancora più palpabile quando Bona ha chiamato Natalino Peruzzo. Animatore del mondo enogastronomico veneto e per oltre quattro lustri revisore dei conti della Fice, Peruzzo ha chiuso il suo impegno proprio con l’evento di Nate. Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche, e da Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Oltre lo spiedo, apprezzatissimi anche i dolci preparati e portati da soci e da famiglie. Autori chiamati in passerella per ricevere un omaggio che la ‘Piave’ ha riservato loro.

FORMAGGI E VINI FRANCESI: UN NUOVO CAPITOLO.

Per la Confraternita del Formaggio Piave Dop rappresenta una tradizione che si ripete. A Hermes Dalla Gasperina, feltrino emigrato in Francia molti anni fa, è affidato il compito di portare formaggi e vini d’oltralpe. Prodotti che costruiscono la ‘materia prima’ di una piacevolissima serata. “E’ un modo – commenta Fabio Bona, il presidente della Confraternita – per realizzare uno dei più importanti tra i nostri compiti statutari; favorire la conoscenza del cibo che è e resta uno degli elementi che connotano la storia e della cultura di ogni popolo. E conoscenza significa poter capire similitudini e differenze esistenti anche tra mondi geograficamente e storicamente vicini”. Anche per il quarto appuntamento, ospitato come da tradizione nei locali del ristorante ‘La Casona’ di Feltre, Dalla Gasperina ha portato cinque formaggi e altrettanti vini. Questa volta ha scelto formaggi (di latte vaccino, capra e pecora) prodotti in collina, provenienti da diverse regioni: Jura, Alta Savoia, Loira e Midi Pyrénées. A iniziare dal Morbier Doc, formaggio a latte crudo, crosta lavata con sale, fermenti lattici, spezie e aromi. Confezionato nella regione del Jura, in forme di peso non inferiore a 5 chilogrammi. L’abbinamento previsto era con il Muscadet Sevre e Maine, vino bianco della Loira. Vino dal colore giallo paglierino, da bere in generale giovane ma capace di affrontare anche conservazioni ultra decennali. Prodotto in altura (Alta Savoia, vicino ad Albertville da monaci trappisti) anche l’Abbaye de Tamiè Igp, formaggio dal sapore rustico, aromatico floreale, erbaceo. In passato, dato che i contadini dovevano pagare una tassa in base al latte conferito, facevano una mezza mungitura per l’abbazia; e solo più tardi la completavano per uso proprio. Prodotto abbinato con un rosso del Reno, il Grignan les Adhemar, vino armonioso, ricco, potente, equilibrato, con evidenti sentori di frutti di bosco e spezie. Dalla regione della Loira arriva, invece, il Valencay Doc, formaggio di capra a pasta cruda, dalla caratteristica forma a piramide tronca. Forma che la tradizione fa risalire a Napoleone che, visto che l’originale forma a piramide gli ricordava la sconfitta patita in Egitto, ne tagliò la cuspide con la spada! L’abbinamento proposto è stato quello con un vino bianco secco – il Quincy - di bella struttura, profumo di fiori bianchi con sapore fruttato, da bere giovane. A seguire, è stato proposto l’Ossau-Iraty Doc, un prodotto misto pecora (80%) e latte vaccino (20%), prorotto nei Midi Pyrénées, regione dove esiste il più grande faggeto europeo. Stagionato al buio, in grotte, presenta un sapore intenso, selvatico, animale, con note di frutta secca, erba fermentata. Nel 2011 ha ricevuto il ‘World Cheese’ come miglior formaggio di malga. E’ stato accompagnato dal Muscat Rivesaltes Tuile, un vino bianco dolce, dal profumo espressivo con note intense di frutti di bosco molto maturi ; e aromi di mirtillo, mora, marmellata di frutta nera. Gran finale con il Bleu de Gex Doc, creato dai monaci dell’Abbazia di S. Claude nel Jura. Latte vaccino crudo e intero, pasta cruda non pressata. Sapore leggermente amaro, sapido, con echi di nocciole e funghi. E’ uno dei pochissimi erborinati a latte crudo. L’abbinamento è stato con il Macvin du Jura Doc. Vino bianco liquoroso del Jura che propone profumi di legno e resina, ma anche di fiori e frutta. “Una volta di più - ha chiosato Fabio Bona – abbiamo potuto accrescere le nostre conoscenze su formaggi e vini dei nostri cugini d’Oltralpe. Rinnovando il nostro grazie a Hermes per la sua disponibilità, già ci diamo l’appuntamento al prossimo anno. Per aprire una nuova pagina di questo affascinante viaggio”.  

LA PROVINCIA DI BELLUNO IERI E OGGI.

RITROVARE LE RADICI.
 Qual’era la fotografia della provincia di Belluno nel periodo tra la fine della Grande Guerra e gli anni Trenta del secolo scorso? Quale il panorama economico e quali i tratti che connotavano la società bellunese? Domande non banali che hanno rappresentato lo stimolo per un’interessante pubblicazione curata dalla Camera di Commercio. Pubblicazione della quale ha parlato una delle curatrici, la feltrina, Monica Sandi, nel corso di una serata proposta dalla Confraternita. “E’ curioso – notava in apertura il presidente, Fabio Bona – che questo volume non fosse ancora stato presentato a Feltre mentre è passato in molti altri comuni”. L’impegno affidato ai curatori - come ricorda il presidente camerale, Paolo Doglioni, nella sua introduzione – era quello di trovare e mostrare analogie e differenze tra quel periodo storico e quello attuale; entrambi, peraltro, caratterizzati da una profonda crisi economica e sociale. Un lavoro che, poi, ha permesso di togliere la patina del tempo che inevitabilmente si era depositata su fatti, persone, laboratori artigiani e industrie. Il volume ha certamente risposto a un’esigenza sentita, quella di ritrovare una parte del proprio passato recente. “In effetti – ha ricordato la Sandi – quando si è saputo del nostro lavoro, ci sono arrivati contributi e segnalazioni un po’ da tutta la provincia”. Alla base del lavoro, l’archivio della Camera di Commercio, ottimamente conservato ma che – sinora – era stato poco esplorato e mai utilizzato in modo sistematico. La legge 121/1910 aveva istituito il Registro Ditte, al quale ogni impresa doveva iscriversi. E - giacché nella denuncia bisognava indicare (oltre i dati anagrafici del titolare e dei soci) anche la ragione sociale, la sede, il ramo di attività e il capitale – si comprende come l’uso dei dati abbia permesso ai curatori di scattare una vivida fotografia del tessuto economico (e quindi, sociale) della provincia. Curiosamente, se si analizzano i dati maggiormente indicativi di un territorio (popolazione e trasporti, su tutti), è sorprendente rilevare che le analogie sono molto più frequenti delle differenze. Anzi, il processo di progressivo spopolamento della montagna – di cui ci si lamentava già all’indomani della Grande Guerra – lungi dall’aver invertito la rotta, si è ulteriormente accelerato. La popolazione, che nel 1921 ammontava a 259.000 abitanti, oggi è pari a 204.000. E va rilevato che la decrescita è, almeno in parte, contrastata dai fenomeni immigratori. E i trasporti? La ferrovia, considerata lo strumento col quale rompere l’isolamento, arrivò a Belluno in ritardo (1886, ultimo capoluogo veneto raggiunto) e portò pochi e limitati vantaggi. Ci furono, è vero, realizzazioni locali ma determinate, in via quasi esclusiva, da esigenze militari. Iniziative, per questo, destinate a tramontare rapidamente. Oggi si fa un gran parlare di elettrificazione e sbocco a nord, ma – appunto – siamo ai progetti. Il volume documenta, con l’evidenza dei dati, come lo sviluppo di artigianato e industria (con qualche lodevole eccezione, come l’occhialeria) abbia avuto in una mentalità arcaica e nella scarsa propensione al cambiamento, i suoi freni inibitori. Certo, l’imprenditore bellunese doveva confrontarsi anche con un sistema del credito poco attento (anche qui, nessuna novità) a sostenere nuovi progetti e nuove iniziative. Insomma: un volume (arricchito da un’eccellente appendice documentaria) utilissimo per capire il passato e, magari, provare a disegnare un futuro meno gramo.