SEDICI CONFRATERNITE SALGONO A NATE DI BORGO VALBELLUNA. - confraternita del formaggio piave dop

La prima edizione, giusto un anno fa, aveva avuto un indubbio successo. Scaturito dal pretesto di rinnovare il gemellaggio tra la ‘Piave’ e lo SNODAR, l’incontro aveva visto la presenza di altre sette Confraternite, salite alla sede degli alpini a Nate di Borgo Valbelluna (Belluno). Così, a dodici mesi di distanza, la ‘Piave’ ha pensato di replicare l’appuntamento e di invitare altre realtà venete del mondo delle Confraternite. Un invito che è stato prontamente accettato dallo SNODAR, dall’Imperial Castellania di Suàvia, dalla Pasta Fresca, dal Circolo Leoniceno dei Colli Berici, dalla Soppressa di Bassano, dalla Polenta di Vigasio, dai Bigoi al Torcio, dalla Corniola, la Dogale della Marca, dal Raboso e dall’Incrocio Manzoni, dai 12 Apostoli, dalla Tavola Veneta, dal Baccalà alla vicentina, dall’Ingorda del Musetto e dai Radici e Fasioi. L’incontro è stato caratterizzato anche da un altro importante momento: una valutazione della legge regionale che ha istituito il Registro delle Confraternite e del relativo regolamento attuativo. Un confronto nobilitato dalla presenza dell’assessore regionale Federico Caner e dei consiglieri Franco Gidoni e Maurizio Conte. Se unanime è stato l’apprezzamento per il contenuto della legge (“Va ricordato – ha commentato Fabio Bona, presidente della ‘Piave’ - che il Veneto è una delle prime regioni a deliberare in questo settore”), qualche osservazione è stata mossa al regolamento, un po’ troppo complesso e forse eccessivamente burocratico. Recependo le osservazioni, l’assessore Caner si è riservato di convocare, dopo l’estate, una riunione per delineare le necessarie integrazioni. A Nate c’era anche Stefano Cesa, sindaco del neonato comune di Borgo Valbelluna, risultato del referendum di primavera che ha determinato l’unione di Trichiana, Mel e Lentiai. Tempi contenuti per la, davvero molto partecipata, parte ufficiale dell’incontro. Con i saluti delle autorità che hanno posto l’accento sulle potenzialità della rete delle Confraternite nell’ottica di promozione dell’enogastronomia veneta. “E oggi registriamo – ha detto Caner – un altro riconoscimento importante: le Colline del Prosecco sono, infatti, diventate patrimonio mondiale dell’umanità”.  Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche. Che ha anche, celiando, affermato che “Dobbiamo imparare molto dall’attività della Confraternita del Formaggio Piave dop, perché non è certo facile riunire in questo ambiente un assessore, due consiglieri regionali e il sindaco di uno dei più importanti comuni del Bellunese!”. Dopo la messa c’è stata anche l’intronizzazione di un nuovo confratello della ‘Piave’. Paludamenti, medaglia di san Lucio e forma di Piave sono stati consegnati a Paolo Remini. Tante Confraternite e uno spartito di particolare spessore. Dalle 10, gli ospiti erano accolti con caffè, dolcetti e stuzzicanti fette di insaccati. Dietro le quinte, intanto, Antonio Roccon e i suoi collaboratori della Radici&Fasioi lavoravano alacremente per preparare la versione estiva (la cipolla in luogo della pancetta rosolata) del piatto ormai conosciuto anche lontano dai confini regionali. Appena un po’ più appartati, sudavano i responsabili della polenta e dello spiedo, che avrebbero rappresentato il ‘piatto di mezzo’ della giornata. Conclusa con i dolci (una  straordinaria passerella di prodotti realizzati dalle sapienti mani delle ospiti; per loro, un piccolo omaggio delle ‘Piave’) e un freschissimo gelato Lattebusche. Come ricordo dell’incontro 2019, la ‘Piave’ aveva chiesto al proprio confratello, Giuseppe De Lazzer, di realizzare un ‘cuc’. Si tratta, come ha ricordato lo stesso autore, di un fischietto, realizzato in creta, che imitate perfettamente il verso del cuculo.  Le abili  mani degli artigiani ne realizzavano, soprattutto, in forma di animaletti. Per questa occasione, invece, De Lazzer ha pensato a uno spicchio di formaggio (Piave, ovviamente) nel quale si trova benissimo anche un topolino.


12-07-2019 Leggi

FERRO, SPADE E MINIERE IN PROVINCIA DI BELLUNO. - confraternita del formaggio piave dop

“Nacque la guerra di Germania per diverse cagioni. Le principali furono (…) per le Miniere di ferro, che havevano Venetiani per longo tempo posseduto oltra l’Alpi della Italia, le quali venivano portate in zoldo del territorio Bellunese, ivi si lavorano con gran copia di edifici. Essendo il ferro che si lavora in Belluno, di gran longa migliore, più perfetto de tutti li altri , che se ritrovano in questo stato. A questo tempo le vene di ferro vengono portate dal Col di Santa Lucia, che hora è giurisdittione dell’illustrissimo Reverendissimo di Trento. (…) Questo Ferro e Azzale (acciaio) si adopera gran parte del paese, e specialmente nelle Fucine, che danno doi milie spade all’anno di ogni sorte”. Monica Sandi ha iniziato da questa pagina della ‘Historia della città di Belluno’ di Giorgio Piloni, la sua narrazione su uno degli affascinanti aspetti della storia bellunese: la produzione di spade e il loro commercio. Per lavorare il ferro occorrono miniere di facile accesso, con una materia prima di buona qualità (siderite magnesi fera), legna per forni e aria per ossigenarli. Così le prime produzioni in scala media si hanno là dove si trovano insieme questi elementi. In provincia, soprattutto Agordino e Zoldo come, tra l’altro, attestano numerosi toponimi: Forno, Fusine, Fornesighe, Brusadaz, Pian del Forno, Molin, Pian del Bus, Livinal del Bus, Vallinferna, Miniere, Forno di Canale, Fursil. Notizie sulle miniere di questo sito sono presenti in documenti del 1177; e in documento del 1185 si legge che i principali forni del Bellunese e di Zoldo erano già in attività.  Il massimo rendimento si ebbe intorno alla metà del 1600, quando il materiale estratto permetteva il funzionamento contemporaneo di ben nove forni, otto veneti e uno vescovile. Tra i diversi manufatti prodotti, particolare rilievo avevano le spade. Una produzione che richiedeva grandi abilità. Lo spadaio non doveva solo sapere lavorare il ferro, ma avere un’approfondita conoscenza del materiale, delle tecniche di forgiatura e tempra dell’acciaio; e saper valutare il bilanciamento della spada. Per questo, ci doveva essere un lavoro di squadra. La bottega, infatti,  era piena di professionalità diverse: dai garzoni al molatore, ossia l’artigiano a cui spettava la rifinitura e l’imbrunitura della lama, una volta che era stata forgiata. Ma il circuito era assai ampio; c’erano i lavoratori del cuoio, i sellai che creavano i foderi delle spade e i cinturoni. Per non parlare dei minatori, dei canopi (operai specializzati di origine tedesca, boema, ecc.), trasportatori, zattieri, i cavatori di pietra (Bolzano Bellunese, Libano e Tisoi). Ma qual’era la dimensione della produzione? Lungo il torrente Ardo “..vi sono undici mulini, sei magli d’acqua, tre fucine che fanno fin 25 mille spade all’anno di ogni sorte” (dalla relazione di Marco Antonio Miari 1574). Trent’anni più tardi (1609) Francesco Zen scriveva di “Tre fusine, una è di Andrea Ferrara nella città, che può far al presente quatro mille spade all’anno, et le doi altre lontane dalla Città circa un miglio nel loco di Fisterre , l’una tenuta da Pietro da Formegan, che può fare circa doi mille spade all’anno che con le spadette sariano in tutto sei mille spade d’ogni sorte, e nell’altra di Pietro Bressanet compagni si fanno badili et zappe, la qual roba vien poi dispensata in parte in quella valle, sul Trevisan, et in parte nel Padovan”. Qualità oltre che quantità. Al punto che, verso la fine del 1500, i fratelli Ferrara a Pietro da Formegan, anziché limitarsi a incidere una lettera identificativa, presero a firmare per esteso le lame prodotte. L’apice del successo fa raggiunto quando le botteghe bellunesi completavano le lame con else (fornimento) e impugnature sempre più raffinate ed eleganti. Come il ‘quadrotto’ che diventerà il tratto distintivo della produzione. Le spade diventano sempre più eleganti e con esse si forniscono anche foderi e cinturoni. Come e perché si esaurisce il distretto della spada? Intanto, dal ‘600, con l’apparire sulla scena delle armi da fuoco, cambiano le tecniche di combattimento. Venezia, riferimento della produzione bellunese, sposta in Val Trompia (delocalizzazione ante litteram!) la produzione delle armi da fuoco. E poi, comincia a scarseggiare sia la materia prima, sia il  legname necessario ai forni. La produzione diventa via via sempre più antieconomica e le maestranze emigrano sia verso altri centri italiani (Brescia, Friuli, Maniago che poi produrrà coltelli) sia verso oltralpe. L’attento lavoro di molti ricercatori ha, fortunatamente, permesso di far conoscere persone (Pietro, Andrea e Zandonà Ferara, Pietro da Formicano (Antonio, Giorgio e Zammaria–Antonio Da Romagno-Simeon Mamani o Manani) Biagio da Lamon, Giorgio e Giuseppe Giorgiutti di Agordo, Francesco Del Pizzol, Bernardino e Francesco Barcelloni) la cui fama è sopravvissuta - per a verità più all’estero che in patria - al tramonto della produzione.


10-07-2019 Leggi

LEPANTO: UNA SVOLTA PER LA STORIA. - confraternita del formaggio piave dop

La battaglia di Lepanto e le sue conseguenze. Argomento di grande interesse, quello affrontato nel corso dell’ultimo incontro della Confraternita del Formaggio Piave dop. Un approfondimento, proposto da Stefano Calabro e Franco Zambotto, con due approcci solo apparentemente distanti tra loro. Calabro ha raccontato il momento storico e gli attori principali dell’evento; Zambotto, per parte sua, ha proposto una carrellata su alcuni dei cibi che rappresentavano la quotidianità per le genti venete dell’epoca. Cibi che, poi, sono stati proposti nel tradizionale convivio finale. La battaglia di Lepanto (conosciuta anche come ‘battaglia delle Echinadi o Curzolari’), rappresentò uno dei momenti focali della guerra di Cipro – e, più in generale – dello scontro tra le flotte dell’impero ottomano e quelle cristiane (una coalizione ad assetto variabile, per la verità) della Lega Santa. Sullo sfondo, la contesa tra due figure di grande spessore: Carlo V e Solimano il magnifico. Nel campo occidentale, le diverse visioni circa le strategie da adottare emersero fin da quando si dovette scegliere a chi affidare la guida della coalizione. Che finì per essere assegnato a comando a don Giovanni d'Austria, con Marcantonio Colonna come luogotenente generale. Quale punto di raccolta – oltre 200 galere (per la maggior parte fornite da Venezia) accompagnate da 6 galeazze veneziane – fu scelta Messina, per la sua posizione baricentrica. Qui, a inizio settembre del 1571, si completò la preparazione. Tuttavia, a causa delle differenti velocità di crociera delle imbarcazioni, la flotta cristiana si riunì a Cefalonia solo a inizio ottobre. La battaglia permise di apprezzare sia le doti dei comandanti occidentali, sia la superiorità tecnica delle navi. In particolare quella delle galeazze che potevano aprire il fuoco anche dalle fiancate. Venezia, d’altra parte, aveva anticipato di qualche secolo la costruzione in serie delle imbarcazioni; quella tecnica che fece parlare di una rivoluzione quando fu applicata dagli Stati Uniti con la produzione delle Liberty. Accesa da questioni economiche – il controllo dei traffici – la guerra si chiude per le stesse ragioni. Nel 1573, infatti, Venezia stipulò una pace separata con la Turchia, ridisegnando la mappa del potere nel Mediterraneo. Ma come (e cosa) si mangiava nel Nord Est ai tempi di Lepanto? Il dato di maggior rilievo e quello connesso all’autonomia. Le comunità, le famiglie devono essere, il più possibile, autosufficienti. Pasta fresca (l’essicazione sarà introdotta solo molto più tardi), carne d’anatra (non richiede particolari cure, solo la presenza di fossi e corsi d’acqua), uso costante della farina di mais anche per i dolci.  Proprio su tre piatti – i ‘bigoli’, l’anatra e i ‘zaeti’ – si è concentrato il racconto di Zambotto. I bigoli derivano il nome dalla particolare forma, arcuata, che richiamava quella del ‘bigol’ il giogo che si portava sulle spalle per trasportare due secchi, agganciati alle su estremità. Strumento rimasto in uso, nel Bellunese, fino oltre la metà del secolo scorso, come ‘zempedon’. L’anatra, poi, per la sua diffusione e il facile reperimento, era perfetta sia per garantire il condimento dei bigoli, sia come piatto a sé stante. Quanto ai ‘zaeti’, l’originaria diffusione interessò soprattutto Bellunese e Alto Friuli, per poi diventare uno degli emblemi dei dolci di Venezia. Zambotto ha anche ricordato come l’alimentazione possa essere guidata, oltre che dalle condizioni del territorio e delle produzioni, anche da motivazioni di carattere mistico e ideale. All’indomani di Lepanto, infatti, ci fu in intervento ufficiale della Chiesa che stabilì, per il mese di ottobre, l’obbligo di festeggiare la Madonna del Rosario (indicata come la protettrice dell’armata cristiana) con cibi che facessero ricordare proprio la battaglia di Lepanto. La pratica del rosario era stata introdotta dallo spagnolo Domenico di Guzman, poi santo, fondatore dei Frati Predicatori (comunemente chiamati ‘domenicani’) che – secondo la tradizione - durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine che, come risposta a una sua richiesta per avere uno strumento per combattere l'eresia albigese senza violenza, gli consegnò il rosario. Destinato a diventare, nel corso dei secoli, la preghiera più diffusa per combattere le eresie e una delle più tradizionali orazioni cattoliche. Come, appunto, successe all’indomani di Lepanto.


29-04-2019 Leggi

IN TANTI PER FESTEGGIARE IL GEMELLAGGIO. - confraternita del formaggio piave dop

“Quello che ci aveva mosso, all’inizio, era la volontà di rinnovare il gemellaggio con lo SNODAR – il Sovrano Nobilissimo Ordine dell'Amarone e del Recioto. Poi, però, considerando che siamo Confraternite, dunque mondi che ‘condividono’, ‘mettono assieme’, abbiamo chiesto se questo nostro evento poteva interessare anche altre realtà venete. Il risultato – commenta Fabio Bona – presidente della Confraternita del Formaggio Piave dop - è stato più che confortante”. La festa, che ha avuto per teatro la sede degli alpini a Nate di Trichiana (Belluno), infatti, ha visto la partecipazione – oltre che della ‘Piave e dello Snodar – anche della Congrega dei Radici e Fasioi, del Circolo Leoniceno dei Colli Berici, l’Imperial Castellania di Suàvia, la Confraternita della pasta fresca, quelle della Soppressa di Bassano e della Caminaza, e la Cangrande. Breve, ma molto partecipata, la parte ufficiale dell’incontro. Che ha avuto il suo momento centrale nell’intronizzazione di due nuovi soci onorari: Arnaldo Semprebon, Gran Maestro dello Snodar, e Antonio Roccon, Presidente e Gran Maestro della trevigiana Congrega dei Radici e Fasioi. E i due nuovi soci, seppure adusi a essere al centro dell’attenzione, non sono riusciti a celare la loro emozione. Emozione ancora più palpabile quando Bona ha chiamato Natalino Peruzzo. Animatore del mondo enogastronomico veneto e per oltre quattro lustri revisore dei conti della Fice, Peruzzo ha chiuso il suo impegno proprio con l’evento di Nate. Parole di plauso per l’iniziativa, che rinsalda legami già forti tra le Confraternite venete, sono arrivate da Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche, e da Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Oltre lo spiedo, apprezzatissimi anche i dolci preparati e portati da soci e da famiglie. Autori chiamati in passerella per ricevere un omaggio che la ‘Piave’ ha riservato loro.


03-08-2018 Leggi

FORMAGGI E VINI FRANCESI: UN NUOVO CAPITOLO. - confraternita del formaggio piave dop

Per la Confraternita del Formaggio Piave Dop rappresenta una tradizione che si ripete. A Hermes Dalla Gasperina, feltrino emigrato in Francia molti anni fa, è affidato il compito di portare formaggi e vini d’oltralpe. Prodotti che costruiscono la ‘materia prima’ di una piacevolissima serata. “E’ un modo – commenta Fabio Bona, il presidente della Confraternita – per realizzare uno dei più importanti tra i nostri compiti statutari; favorire la conoscenza del cibo che è e resta uno degli elementi che connotano la storia e della cultura di ogni popolo. E conoscenza significa poter capire similitudini e differenze esistenti anche tra mondi geograficamente e storicamente vicini”. Anche per il quarto appuntamento, ospitato come da tradizione nei locali del ristorante ‘La Casona’ di Feltre, Dalla Gasperina ha portato cinque formaggi e altrettanti vini. Questa volta ha scelto formaggi (di latte vaccino, capra e pecora) prodotti in collina, provenienti da diverse regioni: Jura, Alta Savoia, Loira e Midi Pyrénées. A iniziare dal Morbier Doc, formaggio a latte crudo, crosta lavata con sale, fermenti lattici, spezie e aromi. Confezionato nella regione del Jura, in forme di peso non inferiore a 5 chilogrammi. L’abbinamento previsto era con il Muscadet Sevre e Maine, vino bianco della Loira. Vino dal colore giallo paglierino, da bere in generale giovane ma capace di affrontare anche conservazioni ultra decennali. Prodotto in altura (Alta Savoia, vicino ad Albertville da monaci trappisti) anche l’Abbaye de Tamiè Igp, formaggio dal sapore rustico, aromatico floreale, erbaceo. In passato, dato che i contadini dovevano pagare una tassa in base al latte conferito, facevano una mezza mungitura per l’abbazia; e solo più tardi la completavano per uso proprio. Prodotto abbinato con un rosso del Reno, il Grignan les Adhemar, vino armonioso, ricco, potente, equilibrato, con evidenti sentori di frutti di bosco e spezie. Dalla regione della Loira arriva, invece, il Valencay Doc, formaggio di capra a pasta cruda, dalla caratteristica forma a piramide tronca. Forma che la tradizione fa risalire a Napoleone che, visto che l’originale forma a piramide gli ricordava la sconfitta patita in Egitto, ne tagliò la cuspide con la spada! L’abbinamento proposto è stato quello con un vino bianco secco – il Quincy - di bella struttura, profumo di fiori bianchi con sapore fruttato, da bere giovane. A seguire, è stato proposto l’Ossau-Iraty Doc, un prodotto misto pecora (80%) e latte vaccino (20%), prorotto nei Midi Pyrénées, regione dove esiste il più grande faggeto europeo. Stagionato al buio, in grotte, presenta un sapore intenso, selvatico, animale, con note di frutta secca, erba fermentata. Nel 2011 ha ricevuto il ‘World Cheese’ come miglior formaggio di malga. E’ stato accompagnato dal Muscat Rivesaltes Tuile, un vino bianco dolce, dal profumo espressivo con note intense di frutti di bosco molto maturi ; e aromi di mirtillo, mora, marmellata di frutta nera. Gran finale con il Bleu de Gex Doc, creato dai monaci dell’Abbazia di S. Claude nel Jura. Latte vaccino crudo e intero, pasta cruda non pressata. Sapore leggermente amaro, sapido, con echi di nocciole e funghi. E’ uno dei pochissimi erborinati a latte crudo. L’abbinamento è stato con il Macvin du Jura Doc. Vino bianco liquoroso del Jura che propone profumi di legno e resina, ma anche di fiori e frutta. “Una volta di più - ha chiosato Fabio Bona – abbiamo potuto accrescere le nostre conoscenze su formaggi e vini dei nostri cugini d’Oltralpe. Rinnovando il nostro grazie a Hermes per la sua disponibilità, già ci diamo l’appuntamento al prossimo anno. Per aprire una nuova pagina di questo affascinante viaggio”.  


03-08-2018 Leggi

LA PROVINCIA DI BELLUNO IERI E OGGI. - confraternita del formaggio piave dop

RITROVARE LE RADICI.
 Qual’era la fotografia della provincia di Belluno nel periodo tra la fine della Grande Guerra e gli anni Trenta del secolo scorso? Quale il panorama economico e quali i tratti che connotavano la società bellunese? Domande non banali che hanno rappresentato lo stimolo per un’interessante pubblicazione curata dalla Camera di Commercio. Pubblicazione della quale ha parlato una delle curatrici, la feltrina, Monica Sandi, nel corso di una serata proposta dalla Confraternita. “E’ curioso – notava in apertura il presidente, Fabio Bona – che questo volume non fosse ancora stato presentato a Feltre mentre è passato in molti altri comuni”. L’impegno affidato ai curatori - come ricorda il presidente camerale, Paolo Doglioni, nella sua introduzione – era quello di trovare e mostrare analogie e differenze tra quel periodo storico e quello attuale; entrambi, peraltro, caratterizzati da una profonda crisi economica e sociale. Un lavoro che, poi, ha permesso di togliere la patina del tempo che inevitabilmente si era depositata su fatti, persone, laboratori artigiani e industrie. Il volume ha certamente risposto a un’esigenza sentita, quella di ritrovare una parte del proprio passato recente. “In effetti – ha ricordato la Sandi – quando si è saputo del nostro lavoro, ci sono arrivati contributi e segnalazioni un po’ da tutta la provincia”. Alla base del lavoro, l’archivio della Camera di Commercio, ottimamente conservato ma che – sinora – era stato poco esplorato e mai utilizzato in modo sistematico. La legge 121/1910 aveva istituito il Registro Ditte, al quale ogni impresa doveva iscriversi. E - giacché nella denuncia bisognava indicare (oltre i dati anagrafici del titolare e dei soci) anche la ragione sociale, la sede, il ramo di attività e il capitale – si comprende come l’uso dei dati abbia permesso ai curatori di scattare una vivida fotografia del tessuto economico (e quindi, sociale) della provincia. Curiosamente, se si analizzano i dati maggiormente indicativi di un territorio (popolazione e trasporti, su tutti), è sorprendente rilevare che le analogie sono molto più frequenti delle differenze. Anzi, il processo di progressivo spopolamento della montagna – di cui ci si lamentava già all’indomani della Grande Guerra – lungi dall’aver invertito la rotta, si è ulteriormente accelerato. La popolazione, che nel 1921 ammontava a 259.000 abitanti, oggi è pari a 204.000. E va rilevato che la decrescita è, almeno in parte, contrastata dai fenomeni immigratori. E i trasporti? La ferrovia, considerata lo strumento col quale rompere l’isolamento, arrivò a Belluno in ritardo (1886, ultimo capoluogo veneto raggiunto) e portò pochi e limitati vantaggi. Ci furono, è vero, realizzazioni locali ma determinate, in via quasi esclusiva, da esigenze militari. Iniziative, per questo, destinate a tramontare rapidamente. Oggi si fa un gran parlare di elettrificazione e sbocco a nord, ma – appunto – siamo ai progetti. Il volume documenta, con l’evidenza dei dati, come lo sviluppo di artigianato e industria (con qualche lodevole eccezione, come l’occhialeria) abbia avuto in una mentalità arcaica e nella scarsa propensione al cambiamento, i suoi freni inibitori. Certo, l’imprenditore bellunese doveva confrontarsi anche con un sistema del credito poco attento (anche qui, nessuna novità) a sostenere nuovi progetti e nuove iniziative. Insomma: un volume (arricchito da un’eccellente appendice documentaria) utilissimo per capire il passato e, magari, provare a disegnare un futuro meno gramo.


18-07-2018 Leggi

CERVELLO&EMOZIONI: UNA SERATA CON GIORGIO CANEVE. - confraternita del formaggio piave dop

  “E’ importante tenere sempre presente – e, naturalmente, applicare – la ‘Tabella della felicità. Sono, forse, suggerimenti che possono apparire un po’ scontati ma, certo, hanno un impatto formidabile sul quotidiano di tutti”. Giorgio Caneve, neurologo bellunese, già primario a Feltre e ora alle Ulss di Cittadella e Camposampiero, ha chiuso con questa immagine la serata che lo ha visto protagonista, ospite della Confraternita del Formaggio Piave.  Serata che Caneve aveva iniziato spiazzando, probabilmente, i presenti quando aveva ricordato che – alla base delle nostre emozioni - ci sono meccanismi cerebrali. Realtà affascinante, il cervello umano; che, proprio per questo, rappresenta un banco di prova sul quale si sono cimentati (e continuano a cimentarsi) schiere di ricercatori. Lo stato dell’arte evidenzia l’evoluzione che ha caratterizzato il cervello umano; passato dal ‘rettiliano’ al ‘paleomammifero’ e al ‘neomammifero’. Evoluzione che ha progressivamente permesso di migliorare il benessere e promuovere le qualità positive della mente.  Oltre, naturalmente, a consentire di aumentare le conoscenze dei meccanismi. “Le emozioni presentano due aspetti. Un primo, caratterizzato dall’arrossamento del viso e dall’aumento dei battiti; e, poi, un processo in forza del quale ci rendiamo conto delle modificazioni fisiologiche”. Le emozioni si possono raggruppare in due grandi gruppi: quelle ‘di base’ (Rabbia, Paura, Tristezza, Gioia, Sorpresa, Disprezzo, Disgusto) e quelle ‘secondarie’ (Allegria, Invidia, Vergogna, Rimorso, Delusione, Nostalgia, Gelosia, Speranza, Offesa, Perdono, Ansia, Rassegnazione). In base alla durata dell’emozione, poi, si parla di ‘stato emozionale’, ‘stato d’animo o umore’ e ‘tratto emozionale’. Tutti processi che afferiscono a specifiche aree del cervello; e i circuiti cerebrali interessati possono essere misurati utilizzando oggettivi metodi di laboratorio. Perché anche in questo campo sono stati compiuti molti passi in avanti; sulla strada della conoscenza e, conseguentemente, in quella della cura di disturbi che, in un recente passato, erano considerati poco meno che ‘maledizioni’ e, per questo, incurabili. Oggi la medicina è in grado di valutare singolarmente i diversi tipi di disturbi connessi con l’alterazione delle emozioni. E definire interventi in grado di incidere su ogni specifica situazione. Anche il cervello, come gli altri organi, cambia. Esserne consapevoli è un primo passo per migliorare la qualità della propria vita. Obiettivo per raggiungere il quale è certamente utile applicare la ‘Tabella della felicità.   


17-07-2018 Leggi

HO FATTO CENTRO: UNA SERATA CON OSCAR DE PELLEGRIN - confraternita del formaggio piave dop

HO FATTO CENTRO: UNA SERATA CON OSCAR DE PELLEGRIN.  
Serata di grande coinvolgimento emotivo, quella che ha visto ospite della Confraternita il campione paralimpico Oscar De Pellegrin. Una storia, umana non meno che sportiva, che merita di essere conosciuta e raccontata. “Ero un ragazzo normale, che viveva in una frazione del Comune di Belluno, interessato alla meccanica e all’azienda agricola di famiglia. La scuola? Diciamo che non ero propriamente un drago. Me la cavavo, ecco. Lo sport? Allora pensavo che fosse tempo perso. Giusto quattro calci con gli amici a una bottiglia di plastica vuota, nulla di più. Perché, come dicevo, i miei interessi erano altri”. Va da sé che un simile approccio ha reso i presenti ancora più curiosi. Com’è stato, infatti, possibile che da queste premesse sia uscito un atleta capace di vincere sei medaglie in altrettante edizioni dei Giochi? Per non dire dei titoli e delle medaglie in rassegne nazionali, europee e mondiali? “Succede che, poco dopo i vent’anni, ho avuto il mio incontro col destino. Un’operazione – il trasporto di legna col trattore – ripetuta decine di volte ha avuto un esito inatteso. Col trattore che si rovescia e mi cade addosso. Mi son risvegliato in ospedale e, da subito, ho capito che la mia vita sarebbe cambiata”. Oscar ha, quindi, raccontato - con una pacatezza e un modo diretto che hanno certamente sorpreso i confratelli presenti - la sua presa di coscienza della nuova realtà. “Non è stato facile, lo ammetto. Ma sono stato molto aiutato da tante persone. Dalla mia fidanzata, poi moglie, Edda; dalla mia famiglia (magnifici genitori), dagli amici. Ho presto capito che accettare un aiuto non è segno di debolezza ma, piuttosto, di apertura mentale”. Una dopo l’altra, Oscar ha proposto le immagini di quei mesi. Il ritorno a casa, la fatica di riprogrammare la vita, la scelta di occupare il tempo usando una macchina da maglieria (“Credo che nel mio paese ci siano ancora tanti che hanno una sciarpa, una maglia, un paio di calzini, che avevo realizzato in quel periodo) e l’incontro con una persona destinata a fare da catalizzatore.    “Renzo Colle è stato, per me e per tante altre persone, lo stimolo per il cambiamento. Lui stesso in carrozzina, già partecipante a rassegne internazionali quando ancora non si chiamavano eventi paralimpici, mi ha spinto a uscire, a frequentare gli impianti sportivi. Così, poco alla volta, sono passato dalla ‘sport terapia’ – la presenza sul campo come momento di socializzazione e di apertura verso gli altri – alla pratica agonistica”. Due Olimpiadi – Barcellona e Atlanta, con due bronzi nel tiro a segno – poi il passaggio all’arceria. “Mi stuzzicava l’idea di gareggiare senza barriere. Perché già allora il tiro con l’arco non faceva distinzioni: a vincere erano i migliori, in piedi o seduti che fossero”. Altri quattro appuntamenti a cinque cerchi (Sydney, Atene, Pechino, Londra) con quattro allori. “Come si vince? Non pensandoci. Voglio dire che, altre alla tecnica, bisogna allenare la mente a restare concentrata sul gesto, a vederlo e rivederlo, fino a che diventi un automatismo. Concentrarsi su se stessi e non sui risultati dell’avversario. E puntare a poter dire, al termine, ‘ho fatto tutto quello che potevo fare’; e se c’è stato uno più bravo, bene per lui. Perché una cosa è certa: si impara forse più dalle sconfitte che dalle vittorie”. Appeso l’arco al chiodo, Oscar si è buttato a capofitto in un’altra impresa: dar vita a una realtà – l’Associazione Sociale Sportiva Invalidi onlus – capace di essere un riferimento per le nuove, tante, invalidità. E poi l’attività dirigenziale. E’, infatti, conteso da Coni, Comitato Italiano Paralimpico e Fitarco. E siccome non se la sente di fare torti, continua a lavorare con tutti! Una storia, la sua, che ha raccolto in bel libro (Ho fatto centro), scritto con Francesca Mussoi e Marco D’Incà, già giunto alla seconda edizione. “Sono persone come Oscar – ha commentato Fabio Bona, presidente della Confraternita – che ti danno il senso dell’importanza della condivisione di valori per provare a costruire una società migliore”.


09-06-2018 Leggi

IL ‘PIAVE’ SBARCA AL VINITALY. - confraternita del formaggio piave dop

“Abbiamo accettato molto volentieri l’invito di Diego Donazzolo e abbiamo accompagnato – sulla ribalta di Vinitaly – cinque vini bellunesi a questa importante vetrina internazionale”. E’ questo il commento di Fabio Bona, presidente della Confraternita, all’indomani dell’inedita abbinata che ha, peraltro, ottenuto unanimi apprezzamenti. Assieme al ‘Piave’ dop (definito prodotto ‘..dal sapore di latte di montagna e nocciole, che si scioglie in bocca come il burro’), c’erano i vini Granpasso (Teroldego) dell’azienda Pian Delle Vette, già vincitore di alcuni premi; il Vanduja Rosso (Pavana) della società agricola De Bacco; il Pustern bianco (bianco sur lie e Pinot bianco) dell’azienda agricola Bonan; l’Ombra del Cin (Traminer aromatico e incrocio Manzoni) dell’azienda agricola Guarnieri e il Derù (bianco spumante brut metodo Martinotti e vitigno Solaris) della Tenuta Croda Rossa, che fa parte dei vigneti resistenti, risultato dell’incrocio tra la vite europea e quella americana di nuova generazione, in grado di difendersi da soli dai parassiti senza l’utilizzo della chimica. Oltre a Bona e Donazzolo (presidente di Confagricoltura Belluno), allo stand c’erano Enzo Guarnieri, presidente del Consorzio di tutela Coste del Feltrino, e Giampaolo Ciet, presidente di Piwi Veneto (viti resistenti). Guarnieri ha ricordato come la vallata bellunese (il Feltrino, in particolare) vanti una forte tradizione nella produzione di vino (80.000 ettolitri annui), almeno fino alla prima metà del Novecento; un patrimonio che si è poi perso a causa delle vicende belliche e della filossera. “Oggi, però – ha continuato Guarnieri – lungo i 50 chilometri che vanno dall’Alpago a Feltre sta tornando a svilupparsi una viticoltura molto interessante, che va dalla doc Prosecco ai vini resistenti e ai vini feltrini. Certo, si tratta di una viticoltura di confine, realizzata su terreni con pendenze spesso elevate e difficoltà di meccanizzazione, che punta a recuperare varietà autoctone come Bianchetta, Pavana, Gata, Turca e alcune varietà internazionali che stanno dando buoni risultati (il territorio ha molte affinità col vicino Trentino) come Pinot, Chardonnay, Merlot, Traminer aromatico e Manzoni bianco”. A oggi, le undici aziende aderenti al Consorzio coltivano 20 ettari di vite per 1.200 ettolitri di vino l’anno. Altri 20 ettari, poi, entreranno in produzione nei prossimi anni. “Siamo anche pronti – ha chiosato Guarnieri - a chiedere una doc: abbiamo fatto studi storici e ampelografici, che presto saranno ufficializzati, da cui emerge un’identità precisa, che presenta tutti i caratteri per poter chiedere la denominazione”. Come accade sempre più spesso, lo stand dei prodotti bellunesi è stato letteralmente preso d’assalto. Da personaggi pubblici non meno che da tantissimi visitatori.  


09-05-2018 Leggi

FORMAGGI E VINI PIEMONTESI IN PASSERELLA - confraternita del formaggio piave dop

“Scoprire, conoscere, apprezzare altri prodotti che fanno immensamente ricco in panorama enogastronomico italiano. Perché questo è, certo, uno dei tratti che connotano l’attività della nostra realtà”. Fabio Bona, presidente della Confraternita del Formaggio Piave dop, ha introdotto così la serata che ha visto protagonisti – al ristorante La Casona di Feltre - formaggi e vini piemontesi; con una gustosa appendice di carattere locale. Grazie all’interessamento di Ennio Bona, feltrino da anni trasferitosi a Milano, è stato possibile scoprire (e valutare) somiglianze e diversità tra i formaggi dell’ovest e dell’est del Paese. Dopo l’illustrazione delle caratteristiche di ogni tipo di formaggio (presentazione curata da Gino Triches, membro dell’ONAF, l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi), c’è stata la degustazione. Degustazione iniziata con la ‘Toma piemontese dop’, prodotta dal Caseificio Antigorina di Crevola d'Ossola. Formaggio ottenuto usando latte intero o parzialmente scremato, esclusivamente di vacca. La stagionatura non è mai inferiore ai 60 giorni. Si è, quindi, passati al Gorgonzola dop del Caseificio Costa di Novara. E’ stato ricordato come, oltre la classica zona di produzione (Lombardia), anche il Novarese faccia registrare una produzione di alta qualità. Formaggio a pasta cruda di colore bianco paglierino, le cui screziature verdi sono dovute al processo di erborinatura, ossia alla formazione di muffe. Nel corso della serata sono state proposte sia la versione ‘dolce’, sia la ‘piccante’. E’ stata, poi, la volta del Castelmagno dopo, del Caseificio La Rossa di Monterosso Grana. E’ certamente il formaggio piemontese più conosciuto, degno di essere annoverato tra i più celebri a livello internazionale. Molto stringente il disciplinare per questo prodotto semigrasso o grasso, a pasta semidura di breve o media stagionatura, in tutti i casi, non inferiore a 60 giorni. E’ prodotto con latte di vacca (80%) e – per la quota residua – con latte caprino e ovino, da quattro mungiture continue ma non più per giorno. Quanto ai vini, le cui qualità e specificità sono state presentate da Ennio Bona, in tavola sono stati portati un Dolcetto Doc, un Nebbiolo Doc, un Moscato d’Asti Docg e un Barolo Docg; tutti prodotti della Cantina Fontanafredda. Poi, finale a sorpresa. Il confratello Paolo Zabot ha portato un formaggio di latteria bellunese, da lui stagionato per oltre dodici mesi. Colore, profumo e sapore che hanno permesso un salto nel tempo, quando la stagionatura era patrimonio della civiltà contadina. Assaggio accompagnato da un eccellente Passito di Verdiso Igt, prodotto della Cantina Toffoli, altro confratello. “Di sicuro – ha chiosato Fabio Bona – si è trattato di una serata di grande interesse culturale e, assieme, di spensierata convivialità”.      


11-03-2018 Leggi

BIBANESI E FORMAGGIO PIAVE, ASSIEME AL ‘FRANCO PARENTI’ DI MILANO. - confraternita del formaggio piave dop

“Sono prodotti che conosco e che apprezzo; il ‘Piave’, poi, è sicuramente uno dei miei formaggi preferiti sicché mi ha fatto particolarmente piacere la loro presenza. E poi, appena mi capiterà di passare nel Bellunese, non mancherò di visitarne la sede”. Parole di Mario Capanna alla presentazione, al teatro ‘Franco Parenti’ di Milano, della sua ultima fatica letteraria, il volume Noi tutti, evento inserito nell'ambito del cinquantenario del Sessantotto. La presenza, almeno inusuale, di Bibanesi e Piave a una presentazione di questo spessore (con l’autore c’era anche Gherardo Colombo; e la colonna sonora prevedeva la partecipazione di Franco Fabbri, Ricky Gianco, Gaetano Liguori, Flavio Oreglio&Steffora Bluzer, Enrico Maria Papes dei Giganti, Shel Shapiro e Fabio Treves) è la conseguenza di una vecchia e solida amicizia che lega Giuseppe Da Re (l’ideatore dei Bibanesi, il connubio tra pane e grissini) e Mario Capanna, leader studentesco nel Sessantotto, poi parlamentare europeo e deputato, scrittore, giornalista, coltivatore diretto e apicoltore. Un legame che è nato dalla comune frequentazione del Premio Nobel Dario Fo, che Da Re aveva incontrato in occasione di un suo spettacolo. Poi, l’altrettanto solido legame tra Da Re e la Confraternita bellunese ha portato alla comune trasferta a Milano. “E’ stato un evento emozionante e di grande riscontro – commenta Fabio Bona, presidente della Confraternita – che ci onora. Una presenza resa possibile dall’attenzione e dall’abituale supporto di Lattebusche”. A Milano, a distanza di cinquant’anni, nel suo libro Capanna traccia un bilancio in chiaro scuro di quel momento storico. Lo scenario è cambiato radicalmente e i problemi da affrontare sono altri e nuovi. C’è, però, ancora una lezione che le nuove generazioni possono imparare da quegli anni carichi di speranza e vitalità; una speranza che si concentra in una delle parole del titolo: noi. “Sono convinto – ha chiosato Capanna – che solo provando a superare l’individualismo e cercando di ragionare insieme per migliorarsi, sia ancora possibile costruire un futuro migliore”.


01-03-2018 Leggi

PASSO SCHENER: CONFINE E PORTA TRA FELTRE E PRIMIERO. - confraternita del formaggio piave dop

Ci sono luoghi che incorporano lunghi periodi storici; che possono evocare fatti, persone, scenari di quotidianità. Luoghi che, talora, finiscono ricoperti dalla patina del tempo. In attesa che qualcuno si ricordi di loro e provi a soffiar via quella polvere. E’ quello che è successo al Passo Schener, per qualche secolo (dal ‘400 all’800) linea di confine tra la veneziana Feltre e l’asburgico Primiero. Un passo che ha attirato l’attenzione di Matteo Melchiorre, storico e ricercatore feltrino, che sul tema ha pubblicato un documentatissimo volume.Di come sia scattato lo stimolo a occuparsi della ‘Via di Schener’, e di come si sia sviluppata la ricerca, Melchiorre ha parlato nel corso dell’ultimo incontro della Confraternita del Formaggio Piave dop. Continuiamo a credere – ha ricordato in apertura il presidente, Fabio Bona – che proporre momenti di storia e cultura locale sia uno dei compiti cui siamo chiamati”. Visitavo Berlino – ha esordito Melchiorre – e sono capitato alla Alte Nationalgalerie, dove mi sono trovato di fronte ‘La porta nella roccia’, opera di Karl Friedrich Schinkel. Un quadro che una gola stretta tra dirupi e alberi abbarbicati; e una strada sull’orlo di burroni. Una visione che ha fatto scattare in me ricordi confusi circa un passo, nel Feltrino, ora abbandonato”.Una visione che, via via, ha coinvolto l’autore, spingendolo a compulsare documenti in archivi religiosi e civili; a bussare alle porte di case e castelli; e, infine, a percorrere – con un gruppo di amici – quella via così insidiosa e nascosta.Il Passo di Schener, e la strada, hanno a lungo recitato un ruolo di grande importante. Momento di reciproca relazione tra due realtà territoriali e, assieme, confine da presidiare. Al punto che, correva l’anno 1600, di fronte al degrado della strada, diventata impercorribile, alcuni privati ne avevano finanziato il recupero; salvo poi chiedere il rimborso. Ma la Serenissima, gelosa dei confini, aveva disposto la distruzione di tutte le nuove opere. Insomma: la strada sì, purché disagevole, non percorribile da carri e facilmente difendibile.Il tramonto della ‘Via di Schener’ inizia nella prima metà dell’800, quando si inizia a pensare a una strada a fondovalle; strada che, peraltro, fu completata solo nel 1882. Decretando la morte di una via carica di storia, di eventi e di morti.


22-01-2018 Leggi

CHIUSURA D’ANNO CON GLI AUGURI DI RENZO ARBORE. - confraternita del formaggio piave dop

E’ stata arricchita da una coinvolgente sorpresa, la riunione di fine anno per la Confraternita del Formaggio Piave dop. Via social, infatti, ai confratelli sono arrivati i saluti e gli auguri di Renzo Arbore. Una storia che nasce qualche mese fa, in occasione dell’annuale raduno nazionale della Fice, la Federazione Italiana Circoli Enogastronomici, che si è svolto nel Salento per l’organizzazione della Confraternita del Pampascione. Ebbene, il vulcanico Onofrio Pepe (giornalista, scrittore, animatore del mondo enogastronomico salentino) aveva cercato di avere Arbore al raduno, incontro poi sfumato per sopraggiunti impegni dell’artista. Nel corso dei frequenti contatti, però, Pepe aveva parlato diffusamente ad Arbore di questa Confraternita e dei prodotti – il Piave dop, in primis - che ne connotano e rappresentano l’attività. Arrivando, anzi, a rimarcarne l’azione nel corso di una visita alla casa romana dell’artista. “Si, credo sia andata proprio così – annota Fabio Bona, presidente della Confraternita bellunese; certo, quando mi è arrivato il filmato con i saluti e gli auguri di Arbore, dopo lo stupore iniziale, abbiamo provato una (credo legittima) soddisfazione”. La riunione ha anche permesso di fare il punto sullo stato della Confraternita. “Il 2017 – ha ricordato Bona – è stato sicuramente un anno ricco di soddisfazioni. Intanto registriamo la nostra costante crescita numerica. Evidentemente, la nostra attività incontra un sempre maggior favore. Un’attività che, tra l’altro, continua ad arricchirsi di momenti culturali, come la scoperta delle meridiane o l’approccio alla memoria, al suo funzionamento e ai suoi problemi, due appuntamenti del 2017”. Novità e apprezzamenti anche per ciò che attiene più propriamente alla missione della Confraternita. “E’ vero; abbiamo voluto avviare una più stretta collaborazione tra le nostre realtà, organizzando l’annuale incontro assieme alla Confraternita della Pasta Fresca, quella della Sopressa di Bassano e al Circolo Leoniceno dei Colli Berici; le quattro realtà che avevano proposto il ‘Tabarin dell’Amicizia’, poco più di un anno fa. Una scelta che non sarà un fatto episodico. A rotazione, infatti, le quattro realtà cureranno l’appuntamento annuale”. “Infine, il 2017 andrà ricordato anche perché il nostro confratello, Silvano Cavallet, è stato chiamato a dirigere la Rivista nazionale (EnoFice) e a svolgere il ruolo di addetto stampa. Una soddisfazione per lui e per tutta la nostra Confraternita”.


15-01-2018 Leggi

FORMAGGIO PIAVE SENZA RIVALI AGLI INTERNATIONAL CHEESE AWARDS. - confraternita del formaggio piave dop

Eccellenza stagionata ma, pure, tenera. Lattebusche ha sbancato gli International Cheese Awards 2017, concorso storico di rilevanza mondiale, giunto quest'anno alla sua centoventesima edizione. A Nantwich, in Inghilterra, tra oltre 5500 formaggi provenienti da 31 Paesi d'Europa, Nord America, Australia e Nuova Zelanda, i 320 assaggiatori della manifestazione hanno deciso che tra formaggi duri buoni come il Piave Dop Vecchio Selezione Oro non ce ne sono. E' stato lui, con i suoi 12 mesi di stagionatura di puro latte bellunese a vincere in mezzo a tanti altri celebri Dop il riconoscimento per il 'Miglior formaggio duro'; e il 'Colla Award' per il Miglior formaggio duro italiano. Al suo fianco, più giovane ma altrettanto irresistibile, ecco il 'Pennanera', anche lui medaglia d'oro 2017 per il Miglior formaggio tenero. Un doppio successo davvero prestigioso che premia il lavoro della Cooperativa di Busche, capace grazie al latte munto quotidianamente dai soci allevatori (e poi lavorato dai mastri casari) di battere la folta concorrenza internazionale; e dare un taglio decisamente bellunese ai Cheese Awards 2017.


09-09-2017 Leggi

SIMILITUDINI E DIVERSITA’: FORMAGGI E VINI FRANCESI IN PASSERELLA - confraternita del formaggio piave dop

“E’ diventata una piacevole abitudine; un appuntamento fisso nel mio calendario”. E’ stato questo il commento di Ermes Dalla Gasperina - feltrino emigrato in Francia molti anni fa che, tuttavia, torna ogni anno – al termine di una nuova serata che ha visto protagonisti formaggi e vini d’oltralpe. “Mi pare di poter dire - ha rilevato il presidente della Confraternita, Fabio Bona – che, una volta ancora, abbiamo dato concreta attuazione a uno dei nostri compiti statutari, il favorire, cioè, la conoscenza del cibo che rimane uno dei tratti distintivi della storia e della cultura di ciascun popolo. Conoscenza che porta a scoprire analogie, similitudini e differenze anche tra mondi geograficamente e storicamente vicini”. Per il terzo appuntamento, ospitato come da tradizione nei locali del ristorante ‘La Casona’ di Feltre, Dalla Gasperina ho portato cinque nuovi formaggi, abbinati ad altrettanti vini, che hanno rappresentato una sorta di piccolo baedeker del gusto. Per iniziare, è stato scelto il ‘Sainte Maure de Turaine’, formaggio di capra, a pasta molle, prodotto nell’Indre e Loire. Confezionato in tronchetti, il formaggio è coperto di cenere di legna e finisce con l’assumere sentori di funghi e sottobosco. Ad accompagnarlo, il Domaine Trottiere Thouarce, vino rosato della Loira, frutto di un sapiente melange di vitigni Cabernet, Gamay, Grolleau e Pineau d’aunis. Le due successive proposte hanno permesso di scoprire una produzione di nicchia, quella dei formaggi di malga dei Pirenei. Pirenei centrali (Bagneres de Luchon) dove più netta è la condivisione con la cultura catalana. Prima un formaggio di vacca e pecora (gusto dolce e delicato), poi sola pecora (gusto assai pronunciato, con evidenti echi dei pecorini sardi). Accompagnati, il primo da un superbo Jurançon secco, prodotto con uve Gros, Manseng e Petit Manseng, Courbu e Petit Coubu e Lauzet nel cuore dei Pireni atlantici; il secondo, da un bianco secco della Loira, realizzato dal vitigno Chenin blanc.
Poi un nuovo viaggio fino all’Alta Savoia. In particolare, nella Val d’Abondance dove si produce l’omonimo. Latte di vacca per un formaggio grasso, consumato abitualmente a mezza stagionatura, con crosta elastica di colore tra l’arancio e il rossiccio. Il suo gusto è stato evidenziato dall’abbinamento col più classico dei vini francesi: lo champagne. Prodotto nell’omonima regione del nord del Paese, lo champagne è ottenuto da uve Chardonnay, Pinot noir e Pinot meunier. Per il finale, Dalla Gasperina ha scelto un Dop: il Bleu d’Auvergne. Prodotto fin dal XIX° secolo nel cuore del Massiccio centrale. Secondo tradizione, l’origine si deve all’intuizione di un contadino che pensò di inseminare la sua cagliata con una muffa blu che era cresciuta su del pane di segala. Il Bleu è formaggio dal sapore rustico, ricco e complesso, sottilmente piccante con sentore di noci. L’abbinamento proposto è stato con il Pineau de Charente. Ottenuto da vitigno Semillon Merlot Pineau, è prodotto nella regione del Cognac. Particolare la sua realizzazione: la fermentazione del mosto è bloccata con l’aggiunta di alcol (tipicamente cognac) che ne determina aromi, gusto e grado. Che, infatti, non di rado sfiora i venti.
“Come per gli anni scorsi – ha chiosato Fabio Bona – la serata ci ha permesso di approfondire le nostre conoscenze sul cibo in generale e su formaggi e vini in particolare. E questo rappresenta sicuramente un successo. Un grazie a Ermes per la sua disponibilità e l’arrivederci al prossimo anno. Anche perché - come per i nostri, d’altra parte – il numero di formaggi francesi è quasi illimitato e di occasioni ce ne saranno tantissime”.


31-07-2017 Leggi

LA MAGIA DELLA MISURAZIONE DEL TEMPO. - confraternita del formaggio piave dop

MERIDIANE: SCIENZA E PASSIONE.

“Una meridiana che abbia come sfondo il profilo di una forma di formaggio Piave? Perché no?”. La domanda, tra il serio e il faceto, è arrivata spontanea alla fine della chiacchierata che Giovanni Sogne ha proposto nel corso del mensile appuntamento della Confraternita.
Che si sia parlato di ‘misurazione del tempo’ non è certo una stranezza: alla ‘Piave’, infatti, l’attenzione per gli approfondimenti culturali rappresenta una costante.
Lombardo di nascita (ma con entrambi i genitori di Villabruna, Feltre), Sogne è arrivato giovanissimo in provincia di Belluno. E’ stato dirigente dell’Ulss, poi la folgorazione: il fascino delle meridiane l’ha colpito. Al punto che ne ha realizzate oltre trecento e restaurate alcune decine, dentro e fuori i confini nazionali.
La conoscenza e lo studio delle meridiane datano dall’antico Egitto e dalle coeve civiltà. Ma le prime testimonianze circa questa scienza risalgono molto più indietro nel tempo.
D’acchito, la meridiana appare come un ornamento degli edifici capace di indicare, con maggior o minor precisione, l’ora. In realtà, la meridiana postula l’esigenza di studi matematici, fisici, astronomici e – a ben vedere – anche filosofici.
Nella sua forma classica, la meridiana prevede la presenza di un’asta (gnomone) che proietta la sua ombra su una superficie (quadrante) orizzontale o verticale, indicando l'ora vera locale. Che, di necessità, non coincide con quella di un orologio da polso che, invece, indica l'ora media in vigore in ciascun Paese. Ora media che è conseguenza dell’adozione dei fusi orari.
Costruire una meridiana (e Sogne, come detto, ne ha realizzate centinaia; molte delle quali con la fattiva partecipazione di studenti di scuole di diversi ordini e gradi) prevede di valutare l’equazione del tempo (differenza tra ‘giorno vero’ e ‘giorno medio’), la longitudine della località (diversa, con spostamento in più o in meno, rispetto a
CONFRATERNITA DEL FORMAGGIO PIAVE D.O.P. – c/o Lattebusche
Via Nazionale, 59 – 32020 Busche di Cesiomaggiore ( BL) Italia – codice fiscale 91017280255
Tel. 0439.319203 – Fax 0439.319318 – E-mail: confraternitadelformaggiopiave@yahoo.it
quella del meridiano centrale di riferimento (per l’Italia, quello dell’Etna) e la posizione relativa e l’inclinazione del muro o del piano sui quali lo gnomone proietterà la sua ombra.
Corredo immancabile di ogni meridiana, poi, è una frase (ancora oggi in latino nel mondo germanico; sempre legata allo scorrere del tempo e all’inanità degli sforzi per fermarlo) e, spesso, l’indicazione delle costellazioni.
“Per il fenomeno della ‘precessione degli equinozi’ (il variare dell'orientamento dell’asse terrestre rispetto alla sfera ideale delle stelle fisse), negli ultimi 2000 anni, la terra ha modificato di circa un mese la sua posizione rispetto alle costellazioni. E questo la dice lunga sulla fondatezza scientifica dell’attuale astrologia”.
Quante sono le meridiane nella nostra provincia? Molte più di quanto comunemente si pensi. Spesso, però, di quelle più antiche (dunque, un patrimonio culturale) non solo non si ha conoscenza ma, soprattutto, non si attiva alcune tutela. Esposte alle intemperie, infatti, sono soggette alle ingiurie del tempo.
Ve ne sono, poi, di eccellenti. Tra queste, quella della chiesa di San Giacomo (Feltre), costruita dal fonzasino don Pietro Corso che è da annoverare tra le migliori del Veneto; presentando uno scarto di pochissimi secondi.
A ben vedere, le meridiane rimandano a un periodo durante il quale l’uomo aveva un rapporto meno ossessivo col tempo. Ne rispettava le cadenze, certo; ma senza la frenesia dell’oggi. Un atteggiamento frutto, probabilmente, di una cultura che si basava sull’essenza delle cose e non sull’apparenza. Su valori non effimeri ma duraturi; come quelli della cultura alimentare,
Sicché la domanda iniziale (Una meridiana che abbia come sfondo il profilo di una forma di formaggio Piave) finisce col perdere il carattere di brillante provocazione; per diventare un piccolo mattone culturale.


11-07-2017 Leggi

ASSIEME PER CRESCERE: UN SUCCESSO L’INTERCAPITOLO A PEDAVENA. - confraternita del formaggio piave dop

Quasi una ventina, le realtà enogastronomiche, arrivate anche da Lombardia e Piemonte, che hanno accettato l’invito delle Confraternite del Formaggio Piave, della Pasta Fresca, della Sopressa di Bassano e del Circolo Leoniceno dei Colli Berici (i quattro soggetti che, poco più di un anno fa, avevano lanciato il ‘Tabarin dell’Amicizia’) e hanno preso parte, a Pedavena, all’intercapitolo.
“Una scelta – come ha ricordato Fabio Bona, presidente della ‘Piave’ – che, da un lato, risponde all’evidente opportunità di mettere assieme idee, progetti e risorse; e, dall’altro, permette di iniziare a costruire la ‘massa critica’ fondamentale per poter cogliere le possibilità connesse con la recente legge regionale”.
Per porre l’accento sull’importanza del provvedimento regionale (e, anche, sul ruolo propositivi esercitato proprio dalla Confraternita del Formaggio Piave’), a Pedavena c’erano i consiglieri regionali Cristina Guarda, Maurizio Conte e il bellunese Franco Gidoni, relatore del provvedimento, che hanno anche consegnato a Fabio Bona il ‘Leone di San Marco’.
Nei loro interventi, tutti tre hanno rilevato come l’azione delle Confraternite sia altro e molto di più di una serie di momenti conviviali. Piuttosto, si tratta di un’azione – discreta ma continua – che punta a valorizzare aspetti culturali non meno che gastronomici del territorio. Per questo, il Regolamento che sta per essere pubblicato, fornirà le linee guida degli interventi.
Un convinto apprezzamento per l’attività delle realtà venete e per l’adozione della legge regionale è arrivato dal presidente nazionale della FICE (Federazione Italiana Circoli Enogastronomici), Marco Porzio.
Infine, a conferma della vivacità delle Confraternite venete, nel corso dell’incontro c’è stata la cerimonia in investitura di nuovi soci.
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Graziano Rosi, Efren Merlo, Tonino Pitzianti e Stefano Rigon (per la Confraternita della Soppressa); Martino Puppetti, Vito Comiotto, Pierluigi Bassanello, Fabio Costan Zovi, Turiddo Varaschin, Rosé Mortagna e Bortolo Callegher (Confraternita del Formaggio Piave dop).


11-07-2017 Leggi

1° CONVIVIO DELLE CONFRATERNITE DEL “TABARIN DELL’AMICIZIA” 25 giugno - confraternita del formaggio piave dop

Lettera di invito:
Carissimi Confratelli,Domenica 25 giugno avrà luogo,  presso la Birreria  a Pedavena (Bl),  il primo simposio organizzato dalle Confraternite del "Tabarin dell'amicizia" .Siete tutti invitati a questo piacevole evento.Il costo di partecipazione è di € 35.Vi aspettiamo numerosi.Prenotazioni, fino ad esaurimento posti, entro e non oltre il 17 giugno ai seguenti numeri e indirizzi mail
Tano 348 2901719  doge98@gmail.com;  Fabio 3357507099  thefabio51@yahoo.it;          Beniamino 338 9971791 benni.luki@gmail.com;
I Presidenti delle Confraternite organizzatrici.

PROGRAMMA 1° CONVIVIO DELLE CONFRATERNITE DEL “TABARIN DELL’AMICIZIA”   Confraternita della Pasta Fresca, Confraternita del Formaggio Piave,  Confraternita della Sopressa di Bassano,  Circolo Leoniceno dei Colli Berici, presso la   BIRRERIA  PEDAVENA  il 25 GIUGNO 2017
Ore 09.30  Visita allo Stabilimento LATTEBUSCHE   (FACOLTATIVA)
Ore 10.30  Colazione di benvenuto nel giardino della Birreria con prodotti tipici delle quattro Confraternite
Ore 11.30  Spostamento nella Sala Dolomiti (al piano superiore)
Ore 11.45  Celebrazione Santa Messa
Ore 12.15  Cerimonia ufficiale, prima parte: Saluti ai partecipanti, Presentazione nuovi Confratelli Ore 13.15  Inizio pranzo
Ore 15.30  Cerimonia ufficiale, seconda parte: chiamata delle Confraternite e scambio doni
Ore 16.00  Saluti di commiato   Gli orari sono indicativi


17-05-2017 Leggi

LA CONFRATERNITA PLAUDE ALLA NUOVA LEGGE REGIONALE - confraternita del formaggio piave dop

“Si tratta di un provvedimento atteso, che fissa gli ambiti entro cui possano muoversi le Confraternite. Un provvedimento – commenta Fabio Bona, presidente della Confraternita del Formaggio Piave dop - per la cui emanazione, giusto un anno fa in occasione del raduno nazionale della Fice da noi organizzato, avevamo chiesto l’impegno dell’on. Bressa e del consigliere regionale Gidoni. Trattandosi di materia di competenza regionale, Franco Gidoni si è molto speso e, adesso, merita il nostro plauso e quello di tutte le realtà enogastronomiche venete”.Il provvedimento regionale mira a tutelare e sostenere la rete delle Confraternite enogastronomiche che in Veneto operano in modo del tutto volontario e senza scopo di lucro; e che lavorano per la promozione e tutela di prodotti agroalimentari e piatti tipici della cucina del territorio. Sono interessati una trentina di sodalizi, iscritti alla Federazione Italiana Circoli Enogastronomici (Fice), alcuni dei quali particolarmente attivi e noti sia a livello nazionale come internazionale. In concreto, è stato istituito un registro regionale con l’obiettivo di dare riconoscimento istituzionale a questi sodalizi.         “Quello dell’enogastronomia è un comparto in costante crescita che, proprio per questo, aveva bisogno di una definizione formale. A tutela – chiosa Bona - dei cittadini e di quanti operano, con serietà e passione, all’interno delle Confraternite”.


08-05-2017 Leggi

Serata conviviale: conoscere la Valpolicella - confraternita del formaggio piave dop

Diffondere la conoscenza e la cultura del proprio prodotto ma, anche, mettere assieme le esperienze di altre realtà. E’ questo lo scopo di ogni Confraternita, di ogni Circolo enogastronomico. Compito cui non si sottrae certo la Confraternita del Formaggio Piave dop che, per questo, ha proposto una serata (tra gli ospiti, anche Francesco Danesin e Sergio Campagnaro, rispettivamente presidente e segretario della Confraternita Dogale della Marca) assieme al veronese Snodar (Sovrano et nobilissimo ordine dell’amarone e del recioto), con il quale esiste un gemellaggio ufficiale. Nei locali del ristante ‘La Casona’, a Feltre, si è parlato di vite e di viticoltura, con particolare riguardo alla Valpolicella. Alessandro Aldrighetti, cerimoniere dello Snodar, ha presentato la storia della vite le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Vite che, nei secoli, è assurta a elemento distintivo della cultura e delle religioni. Una storia che ha conosciuto momenti di crisi (in epoca recente, la fillossera) ma che ha sempre visto la vite rinascere a nuovi splendori. E’ toccato, poi, al presidente Arnaldo Semprebon presentare i tratti che connota lo Snodar, realtà nata alla fine degli anni ’60 del secolo scorso ma che può vantare remote origini, risalenti al potere degli Scaligeri. E’ quindi, toccato a Leonardo Cecchini, viticoltore, illustrare come si curano, si preparano e si mantengono i vini della Valpolicella. Al centro della serata, naturalmente, l’esame di possibili abbinamenti tra formaggio Piave e vini veronesi. In particolare, sono stati proposti ‘Piave mezzano-Valpolicella classico’, ‘Piave vecchio-Valpolicella superiore’, ‘ Piave Selezione Oro-Valpolicella Ripasso’. Le qualità del formaggio bellunese, orami assunto a notorietà internazionale, sono state illustrate da Chiara Brandalise, responsabile del Consorzio tutela del Formaggio Piave dop; quelle dei vini, da Aldrighetti. Coronamento della serata con un quanto mai riuscito doppio matrimonio tra Amarone e tagliata di manzo, e tra Recioto e torta di noci feltrine. Durante la serata c’è stato un piacevole intermezzo. Antonio Bortoli, direttore generale di Lattebusche, ha consegnato a Silvano Cavallet un riconoscimento perché, nella sua pluridecennale attività giornalistica, ha sempre promosso l’impegno e la crescita dell’azienda.


10-04-2017 Leggi