HO FATTO CENTRO: UNA SERATA CON OSCAR DE PELLEGRIN.  
Serata di grande coinvolgimento emotivo, quella che ha visto ospite della Confraternita il campione paralimpico Oscar De Pellegrin. Una storia, umana non meno che sportiva, che merita di essere conosciuta e raccontata. “Ero un ragazzo normale, che viveva in una frazione del Comune di Belluno, interessato alla meccanica e all’azienda agricola di famiglia. La scuola? Diciamo che non ero propriamente un drago. Me la cavavo, ecco. Lo sport? Allora pensavo che fosse tempo perso. Giusto quattro calci con gli amici a una bottiglia di plastica vuota, nulla di più. Perché, come dicevo, i miei interessi erano altri”. Va da sé che un simile approccio ha reso i presenti ancora più curiosi. Com’è stato, infatti, possibile che da queste premesse sia uscito un atleta capace di vincere sei medaglie in altrettante edizioni dei Giochi? Per non dire dei titoli e delle medaglie in rassegne nazionali, europee e mondiali? “Succede che, poco dopo i vent’anni, ho avuto il mio incontro col destino. Un’operazione – il trasporto di legna col trattore – ripetuta decine di volte ha avuto un esito inatteso. Col trattore che si rovescia e mi cade addosso. Mi son risvegliato in ospedale e, da subito, ho capito che la mia vita sarebbe cambiata”. Oscar ha, quindi, raccontato - con una pacatezza e un modo diretto che hanno certamente sorpreso i confratelli presenti - la sua presa di coscienza della nuova realtà. “Non è stato facile, lo ammetto. Ma sono stato molto aiutato da tante persone. Dalla mia fidanzata, poi moglie, Edda; dalla mia famiglia (magnifici genitori), dagli amici. Ho presto capito che accettare un aiuto non è segno di debolezza ma, piuttosto, di apertura mentale”. Una dopo l’altra, Oscar ha proposto le immagini di quei mesi. Il ritorno a casa, la fatica di riprogrammare la vita, la scelta di occupare il tempo usando una macchina da maglieria (“Credo che nel mio paese ci siano ancora tanti che hanno una sciarpa, una maglia, un paio di calzini, che avevo realizzato in quel periodo) e l’incontro con una persona destinata a fare da catalizzatore.    “Renzo Colle è stato, per me e per tante altre persone, lo stimolo per il cambiamento. Lui stesso in carrozzina, già partecipante a rassegne internazionali quando ancora non si chiamavano eventi paralimpici, mi ha spinto a uscire, a frequentare gli impianti sportivi. Così, poco alla volta, sono passato dalla ‘sport terapia’ – la presenza sul campo come momento di socializzazione e di apertura verso gli altri – alla pratica agonistica”. Due Olimpiadi – Barcellona e Atlanta, con due bronzi nel tiro a segno – poi il passaggio all’arceria. “Mi stuzzicava l’idea di gareggiare senza barriere. Perché già allora il tiro con l’arco non faceva distinzioni: a vincere erano i migliori, in piedi o seduti che fossero”. Altri quattro appuntamenti a cinque cerchi (Sydney, Atene, Pechino, Londra) con quattro allori. “Come si vince? Non pensandoci. Voglio dire che, altre alla tecnica, bisogna allenare la mente a restare concentrata sul gesto, a vederlo e rivederlo, fino a che diventi un automatismo. Concentrarsi su se stessi e non sui risultati dell’avversario. E puntare a poter dire, al termine, ‘ho fatto tutto quello che potevo fare’; e se c’è stato uno più bravo, bene per lui. Perché una cosa è certa: si impara forse più dalle sconfitte che dalle vittorie”. Appeso l’arco al chiodo, Oscar si è buttato a capofitto in un’altra impresa: dar vita a una realtà – l’Associazione Sociale Sportiva Invalidi onlus – capace di essere un riferimento per le nuove, tante, invalidità. E poi l’attività dirigenziale. E’, infatti, conteso da Coni, Comitato Italiano Paralimpico e Fitarco. E siccome non se la sente di fare torti, continua a lavorare con tutti! Una storia, la sua, che ha raccolto in bel libro (Ho fatto centro), scritto con Francesca Mussoi e Marco D’Incà, già giunto alla seconda edizione. “Sono persone come Oscar – ha commentato Fabio Bona, presidente della Confraternita – che ti danno il senso dell’importanza della condivisione di valori per provare a costruire una società migliore”.
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