Intervista del Cavalier De Gustibus

La mia curiosità sull’Elisir dell’Eremo di Soreto nacque quando, durante un convivio con amici calabresi, questi decantarono le virtù dello stesso, la storia della sua nascita, di un sacerdote farmacista, di un santo calabrese e dei sapori della loro terra. Trovando il tutto molto intrigante presi subito contatto col sacerdote, don Rocco Antonio Suppa, che gentilmente mi concesse un incontro secondo le mie disponibilità.
Ci incontrammo dopo alcuni giorni a Dinami, al termine della Santa Messa mattutina. Ero seduto in fondo alla Chiesa Matrice ed il sacerdote non fece fatica a riconoscere “un estraneo” tra le sue consuete pie donne e i fedeli dinamesi. Finita la funzione mi invitò a seguirlo in sagrestia e mentre si toglieva i paramenti avvennero le presentazioni.
– Cavaliere, noi di queste cose non possiamo parlarne qui in sagrestia ma in altro luogo, dobbiamo recarci all’Eremo di Soreto ove, oltre le parole, si percepisce la sacralità del luogo ed i profumi, ingredienti fondamentali per recepire in modo corretto quanto debbo raccontarle.
Con la sua macchina ci recammo all’Eremo di Soreto e subito fui attratto dal verde lussureggiante della Vallata del Marepotamo, un affluente del Mesima, e dalle maestose mura dell’antico Monastero di fine XV secolo. Saliti sulla collinetta dove sorge l’eremo, che sembra sospeso in aria tra cielo e terra, ci sedemmo in una sala- cucina e mi offrì i dolci tipici del posto, “le nacatole” (un dolce a forma di spirale creato con un impasto di farina e uova che poi viene attorcigliato intorno a un piccolo bastone e fritto nell’olio di oliva). Assaporate queste squisitezze, bevemmo entrambi dell’acqua fresca e l’anfitrione tolse dal frigo il tanto atteso elisir per poterlo degustare. Fui sommerso da un trionfo di aromi intensi ma molto ben calibrati, tali da incrementare ulteriormente la mia curiosità.
– Mi racconti Padre, quali furono i fatti e le circostanze che la portarono ad ideare questo Elisir?
– Innanzitutto, Le devo premettere che per anni ho esercitato la professione di farmacista, un tempo l’arte dello Speziale. Fin da piccolino sono stato attratto sia dalla figura del Sacerdote, sia da quella del Farmacista e ancora oggi queste due anime nella mia vita convivono! Addirittura, alcune volte ho esercitato ambedue. Il libro del Siracide recita così:
“Il Signore ha creato medicamenti dalla terra, l’uomo assennato non li disprezza […] Con esse il medico cura ed elimina il dolore, il farmacista prepara le miscele. Gesù è Farmaco e Divino Farmacista.” Proprio per questa mia passione, ho avuto sempre un grande interesse nel collezionare antiche ricette.
– Solo collezionare? –
– Non solo, naturalmente. Il più delle volte ho anche cercato di realizzarle e debbo, dire, con risultati anche soddisfacenti. –
– Quando diventò sacerdote? –
– All’età di 33 anni risposi alla chiamata vocazionale, con il mio piccolo “Eccomi!”. A 39 anni, subito dopo l’ordinazione, venni nominato Parroco di Dinami e Limpidi. Le persone spesso fanno questa battuta “don Rocco è un prete Dinamico con lo sguardo Limpido.” Proprio nella biblioteca parrocchiale di Dinami, scartabellando fra gli oltre 10 mila volumi presenti, ritrovai un giorno dei fogli ingialliti dal tempo; sopra vi era scritta la ricetta di uno Speziale, un tale Pasquale Greco nato a Limpidi nel 1871. Leggendola ho pensato che più che di una ricetta si trattasse di una poesia “3 foglie di menta, 4 di cedrina, 2 di salvia, 3 di basilico, 3 di tè, 3 di limone, 1 di alloro, 5 di rosmarino, 2 fiori di camomilla, 3 palline nere di ginepro, 1 chiodo di garofano, 1 pezzettino di corteccia di … lungo e largo quanto una vostra unghia, un pizzico di …” Se poi aggiungiamo che vi era indicato che tutti gli ingredienti dovevano essere raccolti nella vallata del Marepotamo, può immaginarsi il mio entusiasmo. –
– Posso percepirlo anche adesso nei suoi occhi. –
– Le parole colpiscono la vista, ma sono gli odori e i profumi di questa terra ad essere evocativi. È da questa fortunata scoperta che nasce l’Elisir dell’Eremo di Soreto, come testimonianza dei profumi di questa località, di una spiritualità che lascia il suo sapore. –
– Ma quando fu distillato ufficialmente? –
– In occasione del V centenario della canonizzazione di San Francesco di Paola anche Soreto ha voluto celebrare il santo, e si è pensato di ideare qualcosa che collegasse l’Eremo con l’eremita paolano, un qualcosa che parlasse di questa vallata del Marepotamo al cuore della gente di Calabria, insieme al suo santo protettore; cosa meglio dell’Elisir dell’Eremo poteva testimoniare tale legame?
– Scusi la mia ignoranza, San Francesco di Paola? –
– Vede Cavaliere, San Francesco di Paola, che è stato definito da San Giovanni Paolo II “il più santo dei calabresi e il più calabrese dei santi”, passò da questo posto. Questo silenzioso Eremo di Soreto gli è fortemente legato, e in questo luogo si è svolta una parte del suo Processo di Beatificazione; qui, infatti, sono stati ascoltati i testimoni del suo miracoloso attraversamento sul proprio mantello delle acque dello Stretto di Messina. Infatti nell’ambito del processo di canonizzazione di San Francesco di Paola, Don Bernardino Sacca nel 1516 depose a Soreto e riferì al giudice Antonuccio Comazio che alcuni componenti la comitiva che accompagnava San Francesco fino alla spiaggia di Catona, erano di Arena e di essi faceva parte il padre Nicola. Al giudice il prelato poté così riferire quanto aveva ascoltato dalla viva voce del padre sul miracolo. Nei documenti il nobile Pandolfo Barone (Bocone) nativo di Soreto, teste ex auditu, nella deposizione davanti allo stesso giudice asserisce di aver saputo dell’avvenimento prodigioso della traversata dello Stretto, trovandosi quel giorno casualmente presso la spiaggia di Gioia Tauro. Il famoso agiografo partenopeo Paolo Regio, nel 1577 pubblica una traduzione in italiano della deposizione del Bocone: “Volendo il Beato Francesco andare da Catona (ultimo luoco di Calavria ) in Sicilia con altri due frati del suo ordine, pregò in carità un padrone di Navilio, che in quell’isola l’avesse voluto trasportare, ed avendogli il detto Marinaro risposto che voleva essere pagato, il Beato Francesco rispose, che né sopra lui era alcuna moneta, né cosa alcuna possedeva, al che il Marinaro replicò, che né lui haveva barca per condurlo. Onde così licenziato il Santo dall’avaro nocchiero, postosi in un luoco non molto lontano da quello in oratione, dopo l’haver benedetto il mare, sparse sopra l’onde il suo mantello, et salendovi sopra con i suoi compagni, si raccomandò a Dio, et quel manto per opera divina, caminando sopra l’acqua, in breve lo condusse nella riviera di Sicilia, il che vedendi li propri Marinari, confessando poi l’errorloro, manifestarono il stupendo miracolo”. L’eremo è dunque fortemente legato al ricordo del Santo e distillare questo elisir è stato un modo per celebrarlo.
– Devo ammettere, Padre, che si è trattato di un racconto davvero interessante, oltretutto mi ha permesso di comprendere il profondo sentimento che lega gli uomini a questa terra e alle loro tradizioni; ho compreso anche che l’elisir non è solo un gustoso distillato, ma è rievocativo di sapori, odori e colori di una terra molto amata.
– A questo punto, per poter recepire e metterla in condizione di raccontare l’essenza di questo angolo dell’Italia la invito a visitare il resto della mia parrocchia.
– Don Rocco, sono a sua più completa disposizione.
Iniziammo visitando la chiesa dell’eremo con le sue opere d’arte e i suoi splendidi mosaici della scuola di Longaretti e Spilimbergo, indi siamo saliti da contrata Frocca lungo la strada che si inerpica fino a Melicuccà, una frazione di Dinami. Da qui ci siamo spostati a Limpidi, una piccola frazione di Acquaro.
– Cavaliere, si renderà conto che si tratta di un piccolo borgo, una manciata di case quasi nascoste tra le piante di ulivo, un balcone sulla provincia di Vibo. Il paesino è così piccolo che per visitarlo davvero bisogna lasciare la macchina e girarlo a piedi. Anche gli abitanti sono pochissimi: a metà del ‘900 si contavano circa settecento anime, ma l’emigrazione e il calo delle nascite hanno reso il paese quasi deserto, tanto che ora ne vivono solo ottanta. Anche l’età media è molto alta, pensi che ci sono solo quattro ragazzini delle medie e un giovane delle superiori.
– Però le tradizioni rimangono vive.
– Sicuramente, qui ogni anno l’11 agosto realizzano una sagra paesana, “Limpidi in festa” ma la cosa peculiare di questo bel borgo medievale è “u cumbitu i San Giuseppi” in italiano il convivio di San Giuseppe. In pratica il 19 marzo viene realizzato ogni anno un unico piatto di bucatini con ceci, broccoletti di rape e stoccafisso nel sugo; un gruppo di donne cucinano tutta la notte e per mezzogiorno si svolge una rappresentazione. Un piatto di bucatini viene offerto ai figuranti che rappresentano i personaggi della Sacra famiglia, Maria, Giuseppe e il Bambino. Poi una porzione viene distribuita agli ammalati nelle loro case; infine, in piazza consumano questo succulento piatto i Limpidesi, che per l’occasione provengono da ogni dove. Una festa comunitaria, nello spirito di familiarità che contraddistingue questi luoghi e le proprie tradizioni.
Lungo le viuzze i parrocchiani salutavano calorosamente don Rocco e il sottoscritto. Una signorina piccola e graziosa che faceva da perpetua a don Rocco ci invitò a prendere il caffè a casa sua.
Mentre sorseggiavo la calda bevanda le chiesi il permesso di poter accendere il sigaro e mi affacciai dal piccolo balcone della sua casa, una piccola abitazione che sapeva di antico, con il pavimento ancora di tavole in legno. Prima di ripartire mi mostrò una fotografia da lei stessa scattata qualche giorno prima. Vistala, chiusi gli occhi ed anch’io potei immaginarmi di essere presente ed ammirare uno spettacolo surreale: il cielo celeste limpido con il sole che tramonta nel bellissimo mare di Nicotera, mentre l’orizzonte si colora di rosso fuoco. Anche il mio sigaro sembrava più buono. Adesso so che cosa racconta l’Elisir dell’Eremo.

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