Articolo realizzato da Alan Bertolini
per gentile concessione di ONAF – Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggio

In collaborazione con Tanya Dalla Torre

“Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” è uno dei romanzi più importanti ed educativi a livello pedagogico. Non a caso, Pinocchio è il burattino più famoso al mondo. La storia di Pinocchio testimonia che i valori più profondi della vita si scoprono vivendo e confrontandosi con la realtà, e che quindi essi non si acquisiscono per semplice trasmissione. Il romanzo sottolinea, nei vari suoi passaggi, la necessità di comportarsi bene, rispettando le regole, nonché il valore dell’istruzione e del lavoro. Il percorso di Pinocchio infatti, passando da burattino a bambino, rappresenta l’importanza del cammino di crescita, sacrificando egoismi, divertimenti futili e disubbidienza, a favore di valori importanti e di fondo, quali l’ascolto, l’impegno, la lealtà, l’altruismo e l’autocompassione.
Analizziamo qui, i passaggi più significativi del romanzo legati al mondo del formaggio.
Chi non ricorda Pinocchio che, affamato e illuso, scambia un pezzo di formaggio con la promessa di un pasto migliore?
L’opera di Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini) non è soltanto la storia di un burattino che sogna di diventare bambino, ma anche una rappresentazione dell’Italia post-unitaria di fine Ottocento, quando fame e povertà erano esperienze comuni a gran parte della popolazione. Nel 1881, anno della prima pubblicazione a puntate de “Le Avventure di Pinocchio”, l’Italia era un Paese giovane e fragile, dove l’analfabetismo era diffuso e la miseria segnava la vita delle classi popolari. Collodi, con ironia e realismo, inserisce nelle vicende di Pinocchio numerose scene legate al cibo, o meglio, alla sua mancanza: dalla celebre colazione di tre pere mangiate con buccia e torsolo, fino all’illusione di lauti banchetti mai realizzati.
Tra i cibi evocati, il formaggio, alimento povero ma simbolico, occupa un posto particolare. Per la gente comune non rappresentava una raffinatezza, bensì un alimento accessibile, spesso unico condimento di una dieta semplice basata su pane e polenta. Il formaggio diventa così, il segno di un’Italia contadina che sopravvive con poco, contrapponendosi alle tavole opulente delle classi più agiate. Quando Pinocchio incontra episodi legati al cibo, come la delusione di non trovare ciò che gli era stato promesso, il formaggio assume una valenza simbolica: esso ricorda infatti al bambino-lettore, la durezza della vita quotidiana e la necessità di sapersi accontentare.
Collodi, attraverso questi dettagli gastronomici, consegna non soltanto una fiaba educativa, ma un documento sociale. Pinocchio non racconta solo la crescita morale di un burattino, ma parla di un’Italia in bilico tra miseria e speranza, dove il formaggio, cibo semplice e comune, assume il valore di metafora di sopravvivenza, resilienza e concretezza.
Ancora oggi, rileggere Pinocchio, con la sua attenzione al tema del cibo, significa comprendere meglio la storia quotidiana dei nostri bisnonni, scoprendo come dietro la magia della fiaba si nascondeva la realtà di un Paese affamato che sognava il proprio riscatto.
Alimento povero e quotidiano, nel contesto dell’Italia di fine Ottocento, il formaggio era quindi un cibo semplice, spesso ricavato artigianalmente in casa o nelle campagne. Non rappresentava un lusso ma la sostanza minima che accompagnava il pane o la polenta. Per Collodi, inserirlo nella narrazione significa ancorare la fiaba a una realtà riconoscibile dal pubblico popolare che leggeva Le Avventure di Pinocchio a puntate su “Il Giornale per i bambini” di Ferdinando Martini.
Il formaggio, in particolare, compare in una scena di delusione (un pezzo appetitoso) che si rivela una trappola, un inganno, diventando così il simbolo della differenza tra apparenza e realtà, tema centrale del libro. È un monito pedagogico: il bambino lettore deve imparare che non sempre le promesse si realizzano e che dietro ciò che sembra allettante si può nascondere una punizione o una trappola.
Ancora, riguardo al contrasto tra bisogno e desiderio, il formaggio richiama la fame concreta che segna la vita di Pinocchio e dei lettori dell’epoca. La fame del burattino non è metaforica: è la stessa che i bambini italiani conoscevano nella loro quotidianità. Il formaggio, cibo nutriente ma non abbondante, diventa il simbolo di ciò che sazia, ma mai pienamente. Rappresenta quindi la soglia tra sopravvivenza e desiderio.
Collodi non inserisce il cibo solo per realismo, ma gli dà anche una valenza educativa e morale. Il formaggio è il “cibo della realtà” contrapposto al “cibo del sogno”. Ci insegna che occorre essere parsimoniosi, imparare a non illudersi e a sapersi accontentare: valori fondamentali nell’educazione ottocentesca ma ancora oggi attuali ed universali.
In sintesi, e per concludere, per Collodi il formaggio non è solo un alimento ma un simbolo storico-sociale che racchiude la concretezza del vivere quotidiano, la povertà e la miseria, la delusione delle false promesse e l’insegnamento a distinguere realtà e illusione!

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