

Articolo realizzato da Prof. Francesco Spagnolli
per gentile concessione della Confraternita della Vite e del Vino di Trento
Già dirigente del Centro Istruzione Formazione di IASMA (Istituto Agrario San Michele all’Adige) – F. MACH

Secondo gli studi paleobotanici, la vite, almeno nelle sue forme ancestrali, dovrebbe essere “nata” tra i 100 e i 70 milioni di anni fa; l’evoluzione che ha portato all’attuale specie conosciuta come Vitis vinifera, L. articolata nelle due sotto specie sativa e sylvestris si dovrebbe essere completata intorno ai 10.000 anni fa, grosso modo quindi proprio quando l’uomo ha iniziato ad “addomesticarla”, coltivandola sia per il consumo del suo frutto allo stato fresco, sia, e forse anche più, per produrre il vino.
I cambiamenti climatici, ai quali il pianeta terra va incontro sin da quando si è formato, hanno sicuramente contribuito in maniera decisiva all’evoluzione di tutte le specie viventi (animali e vegetali) ed anche alla modifica (degradazione) delle rocce, determinando così l’attuale conformazione della parte superficiale della litosfera. Variazioni sensibili del clima ci sono state anche in tempi relativamente recenti: in Europa a cavallo tra il XVII e XVIII secolo, determinando quella che è conosciuta come “piccola glaciazione”: un evento che ha notevolmente inciso sulla piattaforma viticola dell’antico continente, promuovendo la selezione di vitigni in grado di dimostrare una certa tolleranza al freddo (e non solo a quello invernale). Un esempio significativo è rappresentato dal Pinot Grigio risultato di una mutazione gemmaria casuale che venne individuata per la prima volta da Johann Segher Ruland, commerciante di vini a Spira nel 1711; per questo, in Germania e nei paesi tedescofoni, venne (e viene tuttora) chiamato anche Rülander.
L’interesse enologico per questa varietà è rappresentato dalla sua capacità di accumulare zucchero nel periodo invaiatura-vendemmia in maniera significativamente maggiore rispetto ai vicini “parenti” Pinot nero e Pinot bianco; tutto ciò però va a scapito dell’acidità malica, ragion per cui questa cultivar poco si addice ad essere utilizzata per l’elaborazione di grandi spumanti, in particolare se ottenuti con il metodo classico.
Michelangelo Mariani, cronista del concilio di Trento (1545-1563) ed attento descrittore della situazione vitivinicola della città e del circondario, afferma che le vendemmie hanno inizio perlopiù il giorno di San Michele (29 settembre), anche se riferisce di un’annata eccezionalmente calda che ha anticipato il raccolto addirittura all’ultima decade di luglio; clima “pazzo” allora come oggi? Tuttavia, se quella che possiamo considerare la “norma” per il periodo vendemmiale era la prima quindicina di ottobre, dopo quattro secoli possiamo constatare l’anticipo complessivo di almeno un mese. Il fatto, però, oltre ai cambiamenti climatici, è sicuramente dovuto anche, e forse soprattutto, alla modifica più che radicale cui è andata incontro la piattaforma varietale della viticoltura trentina. Quando ha cominciato ad affermarsi quella scienza denominata “ampelografia” (descrizione della vite), grosso modo nella seconda metà dell’ottocento (nel 1872 venne costituita a Vienna la prima Commissione Internazionale di Ampelografia), si è capito ben presto che mentre i caratteri varietali risultavano abbastanza costanti al variare dell’ambiente, ben diverso era il comportamento fenologico durante le varie fasi vegetative (dal germogliamento e fino alla caduta delle foglie), per cui i vari studiosi hanno sentito la necessità di far riferimento ad una precisa varietà: per questo venne scelto un vitigno quale lo Chasselas dorè, ed ancora oggi, quando si parla di “epoca di maturazione” di una coltivar, i termini “prima”, “seconda”, “terza” epoca ecc., vengono parametrati proprio allo Chasselas.
Potrebbe sembrare un bisticcio di parole, ma non lo è affatto: il prof. Attilio Scienza, trentino se non proprio di nascita almeno di adozione e per ascendenza familiare, ha affermato recentemente che “la scienza salverà la viticoltura dai cambiamenti climatici”. In effetti, la ricerca mette oggi a disposizione del viticoltore una serie per così dire di “strumenti” idonei a far fronte ai cambiamenti climatici intesi però non solo come aumento della temperatura, ma anche come stress idrici, fenomeni turbativi vari di origine biotica e abiotica. Basti pensare ai portainnesti in grado di prolungare il ciclo vegetativo della vite (e quindi ritardare l’epoca della vendemmia) per citare poi i già ben noti densità di impianto, sistema di allevamento e carica di gemme, solo per ricordarne alcuni.
Se a questi aggiungiamo quanto in mano ai genetisti, a proposito di modificare il genoma della vite, introducendo caratteri specifici di resistenza, resilienza e, più in generale di tolleranza ai parassiti, c’è proprio da convenire sul fatto che “ha ragione Scienza”!
Non per essere ottimisti incalliti (quelli che vedono il bicchiere mezzo pieno), ma nel corso dei suoi più o meno 100 milioni di anni di storia di cambiamenti climatici, la nostra vite ne ha visti sicuramente diversi, si è evoluta ed è sopravvissuta senza alcun intervento dell’uomo. Chissà come andranno le cose in futuro, ma, a questo punto, possiamo proprio ritenere che anche quando il Monte Bianco, a seguito del surriscaldamento terrestre, diventerà “Grigio”, ci sarà sempre qualcuno che coltiverà la vite, che produrrà e consumerà il vino
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