

Intervista del Cavalier De Gustibus

Biella 8 maggio 2025, vigilia dell’Adunata Nazional degli Alpini. In un bar di via Italia si sono ritrovati i 5 commilitoni, compreso il sottoscritto, che come ogni volta, dopo i primi approcci molto amichevoli e intrisi di nostalgici ricordi dei trascorsi militari in quel di Vipiteno, anche a causa di qualche “cicchettino” di troppo, iniziano a discutere animatamente a difesa delle proprie teorie. In questo caso è capitato alla grappa.
Non poteva iniziare che l’Antonello Sussetto della zona di Chivasso, sostenitore della grappa piemontese.
-Amici, la produzione di grappa in Piemonte è radicata da parecchi secoli, basti pensare che già nel 1769 fu fondata la corporazione degli acquavitai per dare una normativa e una regolamentazione alla produzione della grappa. Del resto Torino già nel XV secolo era considerata la maestra europea nella preparazione dei liquori. Purtroppo questo riconoscimento venne col tempo scemando a causa di provvedimenti normativi atti non tanto allo sviluppo delle aziende e della qualità del prodotto, ma bensì, tendenti solo a rimpinguare le casse statali. A titolo esplicativo basta constatare che ne furono emanati una quarantina dopo il 1627. Ciò indusse, quasi obbligatoriamente, molti produttori a rifugiarsi nella clandestinità con tutte le conseguenze negative del caso. Nonostante la pressione fiscale non sia mai diminuita alcuni lungimiranti distillatori cercarono costantemente di perfezionare le loro apparecchiature onde ottenere un prodotto migliore. Le intuizioni dei fratelli Stemmer consentirono di effettuare la distillazione continua un secolo prima dell’avvento del disalcolatore. Grande fu il contributo del Comboni sul finire dell’800 con le nuove teorie sulla distillazione a vinacce emerse.
Forse vi chiederete cosa c’è alla base della qualità della grappa piemontese? Il Piemonte è un territorio nel quale, da secoli, esiste una viticultura a grandissimo livello con vitigni vocati a produrre non solo vini eccezionali ma anche vinacce di pregio. Se a questo aggiungiamo l’amore sia dei vignaioli che dei distillatori per il proprio lavoro ben si comprende come il risultato non possa essere che un prodotto, una grappa di ottima qualità. Non dimentichiamo la stupenda risorsa costituita dai vitigni aromatici dal gusto ardente quali il Moscato al quale si affiancano sia la Barbera per acqueviti strutturate e prestanti, che gli aristocratici Nebbiolo e Dolcetto solo per citarne alcuni.
Interviene Alberto Sarasini della Val Camonica.
-Ricordo che la nascita della Grappa della Lombardia è stata ufficializzata con il regolamento CE 1576/89 nel quale si specifica che l’acquavite di vinaccia prodotta in Lombardia può fregiarsi della denominazione geografica, ma qualcuno attribuisce la primogenitura della grappa lombarda addirittura a Leonardo da Vinci. Pur ammettendo che il grande Leonardo visse e operò per parecchio tempo a Milano e che tra le sue invenzioni si possa annoverare un sistema per aumentare la gradazione alcolica dei prodotti in uscita dall’alambicco questa teoria affascina gli studiosi anche se, sinceramente, mi sembra abbastanza azzardata. Chi invece si occupò in modo scientifico, pur secondo i canoni adottati all’epoca, di come ottenere buone acqueviti dalle vinacce fu Francesco Terzi Lana un Gesuita bresciano, matematico e ricercatore, vissuto nella prima metà del 1600. Egli collaborò col confratello tedesco Kircher ed i loro lavori segnarono la nascita tecnica dell’acquavite di vinaccia. Interessante è constatare come Il termine grappa derivi etimologicamente dal longobardo “krapa”.
Quali sono le caratteristiche della nostra grappa lombarda? Escludiamo subito le grappe frutto di assembramento, riduzione di grado ed imbottigliamento provenienti da altre regioni. Pur trattandosi di ottime acqueviti non possono legittimamente essere chiamate grappe lombarde. Le ho citate perché la loro produzione incide per un buon 25 % del totale nazionale. Il territorio lombardo è vario e variegato, basti pensare alle differenze sia climatiche che geologiche tra l’Oltrepò Pavese, la Valtellina, la Valcalepio, la Franciacorta, la Gardesana Occidentale, il Mantovano. Ogni territorio ha i suoi vitigni che forniscono vini completamente diversi, dal nebbiolo al lambrusco, e quindi una evidente diversità di vinacce. Se poi aggiungiamo la pluralità tecnologica degli impianti esistenti nella regione e la grossa personalità identificativa delle aziende distillatrici si può dedurre come sia facile identificare la grappa lombarda a seconda della sua origine di provenienza. Questo può avvenire anche con assaggi alla cieca per chi possieda un poco di esperienza degustativa
-Io vi lascio parlare e disquisire fin che volete, ma io sono trentino, e noi trentini siamo orgogliosi di essere i difensori della cultura e della tradizione inerente la distillazione. Nel nostro territorio notevole è ancora la presenza di alambicchi a bagnomaria che comportano una lavorazione più lenta e dispendiosa rispetto all’uso di apparecchi continui, ma col risultato di ottenere un prodotto decisamente migliore. Siamo al primo posto come produttori di questo tipo di grappa. Questa tipologia di alambicco è stata perfezionata col passare degli anni e con orgoglio vi ricordo che artefice di tale sviluppo è stato un costruttore locale di tamburlani, tale Tullio Zadra di cui posso vantare una lontana parentela.Se a questa cultura dell’alambicco associamo la presenza di vinacce di grande pregio per acidità elevata ed una eccezionale ricchezza di principi aromatici quali Muller Thurgau, Traminer, Moscato, Riesling, Nosiola si comprende come la nostra grappa trentina sia gradita ai consumatori e alle consumatrici non solo locali o nazionali, ma anche europei. Voglio altresì ricordarvi che nel nostro territorio opera l’Istituto di San Michele all’Adige, crogiolo di ricercatori che nell’ambito del vino e della grappa possono ritenersi luminari in materia non solo per passione e intelligenza operativa ma anche per i risultati ottenuti, fra tutti basta ricordare il grande Giuseppe Versini. E per concludere voglio rimarcare che non produciamo solo le grappe aromatiche ma anche quelle con prevalente aroma secondario che derivano dalle vinacce di Schiava, Marzemino o Teroldego.
Cari amici – interviene il veneto Predolin – non dimenticatevi che nei primi decenni del XVII secolo a Venezia viene fondata l’Università degli Acquavitai, la prima in Europa, ma già nel 1300 presso l’Università di Padova un professore, tal Michele Savonarola, iniziò lo studio per perfezionare gli strumenti adoperati per la distillazione. Il punto più alto della ricerca si ottenne nel 1800 presso la Stazione Enologica di Conegliano Veneto con il ricercatore dottor Comboni.
La grappa da noi non nasce negli anfratti clandestini ma addirittura nei laboratori universitari che non si limitavano a tutelare i processi della produzione ma anche a garantire un buon livello qualitativo del prodotto. Ora in attività abbiamo circa una trentina di distillerie con alambicchi di tutti i tipi e siamo i maggiori produttori a livello nazionale. Il tutto grazie alla vasta gamma di vigneti che spaziano dal Garda veronese sino ai confini col Friuli e danno uve molto diverse le une dalle altre. Vi ricordo il Prosecco, il Sauvignon, il Moscato, il Riesling, il Merlot, il Chardonnay, il Cabernet, ma potrei citarvene tantissimi altri. Pensate che buona parte della nostra grappa viene commercializzata “all’ingrosso” in altre regioni dove viene utilizzata per dare più corpo e personalità a quella locale. Il nostro prodotto accontenta tutti i palati, dal gusto corposo desiderato dagli anziani, al fresco ambito dai giovani, all’aromatico preferito dal gentil sesso.
Nel mentre passa la Banda della Tridentina e non possiamo esimerci di uscire ad ascoltarla, ammirarla ed applaudirla. Viva gli Alpini!


