

Articolo di Luciano Groff
per gentile concessione della Confraternita della Vite e del Vino di Trento

Alcuni pensano che il nome derivi dal colore nocciola dei tralci, altri credono che sia legato al sapore del vino, che nel suo retrogusto richiama le nocciole, ma a prescindere dall’origine, quello che è certo è che è un bellissimo nome.
Altra particolarità è che questa varietà subisce un cambio di articoli a seconda della zona; infatti, viene chiamata la Nosiola in Valle dei Laghi, il Nosiola nelle Colline Avisiane. Questi sono i due territori d’elezione di una varietà iconica per il Trentino, che ha occupato una posizione importante nell’economia viticola provinciale. Essa, infatti, rappresentò la varietà bianca più diffusa fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, ossia fino al momento della diffusione dello Chardonnay e del Müller Thurgau, che in collina andarono a sostituire le Schiave ed erosero superficie anche alla Nosiola, che si è via via contratta nelle superfici fino a limitarsi a pochi vocati areali e oggi non supera i 40 Ha complessivi.
Alla base della riconversione della Nosiola ci sono vari fattori, fra cui la difficoltà a produrre uve di qualità, considerata la sensibilità all’oidio e alla Botritis della Nosiola, soprattutto se coltivata in siti non idonei o in presenza di un eccessivo vigore delle viti, conseguenza di fertilizzazioni eccessive ed irrigazioni abbondanti. Altro guaio è la sensibilità alle malattie del legno, che oltre a ridurre la vita economica del vigneto, limitano la possibilità di poter contare sulle vecchie viti, che per la Nosiola significa grande qualità. Ma il vero declino della Nosiola è legato ad una mancata valorizzazione del vino e alla conseguente limitata remunerazione delle uve, giustificata dalla contenuta gradazione zuccherina.
Non si è mai creduto fino in fondo alle potenzialità di questo vitigno, che però oggi si scopre essere in grado di dar luogo ad un vino moderno per la sua freschezza, la bassa alcolicità, la sapidità e la tenuta nel tempo con interessanti evoluzioni.
La Nosiola è sempre stata ritenuta un vino tipicamente locale, e nonostante sia stata inserita fin dall’inizio nella DOC Trentino (1971), ritenendola varietà meritoria di essere proposta, non ha mai preso il volo. Considerata alla stregua del vino di casa, la Nosiola è il vino bianco quotidiano dei Trentini che non hanno mai smesso di apprezzarla e i più devoti non hanno mancato nemmeno di rivolgersi alle piccole cantine di Pressano o della Valle dei Laghi per rifornirsi.
Questa tradizione, nonostante tutte le difficoltà, ha mantenuto vivo l’interesse per la Nosiola, sia nei vignaioli, sia nelle cantine cooperative che gravitano nelle zone vocate alla Nosiola. Oggi è vinificata ed imbottigliata in piccola quantità e rappresenta il vino della tradizione, una sorta di portabandiera dell’identità di un territorio. Peraltro, le tecniche di vinificazione sempre più attente a valorizzare il vitigno e l’utilizzo di recipienti alternativi (legno di acacia, vasi vinari in cemento, anfore di argilla) ne favoriscono la maturazione controllata, senza interferenze organolettiche, prevenendo sia le eccessive chiusure che le facili ossidazioni, migliorandone la complessità olfattiva e la piacevolezza al palato.
Ciò non di meno la riduzione della superficie vitata della Nosiola è stata eccessiva e i vigneti nelle zone di eccellenza meritavano di essere valorizzati. Rovescio della medaglia in questo caso positivo è che lo Chardonnay introdotto nei siti vocati della Nosiola nella media-alta collina, ha trovato le condizioni pedoclimatiche ottimali per la produzione del metodo classico.
Altra felice isola del Nosiola è la collina di Rovereto sia in destra che sinistra Adige, in particolare in Vallonga, fin sopra Volano verso Saltaria, nei vigneti terrazzati meglio esposti. I terreni sono originati da detriti calcarei di versante da apporti morenici silicei, e dalla disgregazione della roccia madre un’arenaria calcarea, che dà origine a vini Nosiola molto longevi.
Recente (2011) è invece l’impianto di Nosiola realizzato dall’azienda agricola della F.E.M. a Vigalzano: si tratta di un vigneto che sta offrendo una diversa interpretazione di questo antico vitigno. Una ambiente, quello dell’Alta Valsugana, poco conosciuto, ma che si sta rivelando interessante. Infatti, l’intera collina che va da Ciré all’imbocco della Valle del Fersina vanta un’ottima esposizione, una quota altimetrica compresa fra i 500-550 m slm e terreni di origine fluvioglaciale con netta prevalenza della frazione filladica (scisti) e porfidi, ottimale per favorire la componente aromatica dei vini nelle note più agrumate e minerali (pietra focaia). Da sempre vi è coltivata la vite, soprattutto per l’autoconsumo, che però non ha consentito nei tempi di apprezzarne la potenziale qualità, basti pensare che nella prima stesura della DOC Trentino il Perginese fu interamente escluso dalla denominazione.
Lo storytelling legato alla Nosiola non può non ricordare il vino retico, partendo proprio dal sito archeologico dei Montesei di Serso, un antico villaggio retico scoperto alla fine dell’Ottocento in seguito ai lavori di scasso per la messa a coltura di un vigneto. Situato nella vallecola del rio Negro, poco lontano dal vigneto di Vigalzano, questo castelliere preistorico, posto alle porte del pinetano e della Valle di Cembra lascia facilmente immaginare una sorta di vicinato con il castelliere del Doss Caslir, luogo di ritrovamento della celebre situla assurta ad emblema dell’enologia trentina, la cui origine viene fatta risalire almeno al 500 A.C.. L’autonoma cultura retica subì l’influsso esterno degli Etruschi, che favorirono l’affermarsi dell’uso del vino con la relativa pratica del simposio. Il consumo cerimoniale del vino viene ben illustrato dal repertorio figurativo collegato “all’Arte delle Situle” che accomuna le Alpi centro-orientali e più diffusamente i territori compresi fra le pianure del Po e del Danubio.
La Raetia, provincia romana che dal Danubio si estendeva fino ai Grigioni comprendendo il Tirolo e la Lombardia settentrionale erano il territorio celebrato dagli scrittori latini per la produzione del “vinum raeticum” rinomato al punto da essere consumato alla tavola degli imperatori. La viticoltura si estendeva a nord di Verona nella valle dell’Adige e nelle valli laterali e andò via via consolidandosi con la presenza romana, tanto da sopravvivere anche dopo l’Editto di Domiziano (99 D.C.) che imponeva l’estirpo dei vigneti. Riprenderà nuova vitalità nei coltivi vescovili e nelle clesurae dei monasteri andando a definire i caratteri della vitienologia atesina con i suoi territori, le forme di allevamento e le varietà che ancora vegetano.
Testimonianze mute di un passato, regolato da autorità, confini, relazioni commerciali diverse, che oggi possono essere svelate dalle nuove tecniche di indagine, come gli studi sull’origine genetica dei vitigni, basate sull’impiego dei marcatori del DNA. I ricercatori della Fondazione Mach hanno individuato nel Rèse, varietà bianca coltivata nel Vallese, il probabile vitigno discendente della vite retica e genitore del Cascarolo nero presente in Piemonte, della Grande Arvine del Vallese ed infine del Groppello di Revò e della Nosiola. L’insospettata conferma di uno stretto legame fra Groppello e Nosiola (fratellastri) apre a scenari che erano inimmaginabili fino a pochi anni fa, sono molte le ipotesi venute meno sull’origine di questi due vitigni, che ora alla luce delle nuove indagini aprono a verosimili ipotesi di una viticoltura atesina molto lontana nel tempo da cui prendono origine i due vitigni autoctoni trentini. A questo punto perché non immaginare che la Nosiola, unico vitigno bianco autoctono, possa identificarsi con un “archeovitigno” presente già al tempo dei Reti?
La Nosiola è quindi l’unico bianco autoctono sopravvissuto alla ricostruzione viticola post-fillosserica. In passato è stata spesso associata e confusa con il Durello della Lessinia, ritenuto sinonimo dello stesso vitigno. Le prime osservazioni ampelografiche risalgono al 1825 (Acerbi). Il Mader nel 1883 la descrive come un “vitigno che preferisce le zone elevate”. Dalmasso nel 1821descrive una Nosiola “spinarola” dai grappoli piccoli e spargoli, che cresce sui Monti di Padergnone e Calavino.
La Nosiola negli anni Settanta con i suoi 20.000 q rappresentava la varietà bianca più prodotta (4% del totale), mentre nell’ultima vendemmia (2023) la produzione si è attestata ad un quantitativo pari a 3.653 q ossia il 0,32% della produzione provinciale, distribuita fra la Valle dei Laghi e le Colline Avisiane.
Quest’ultime sono comprese tra Lavis e San Michele a/A in sinistra orografica dell’Adige o meglio a monte della statale n° 12. Un territorio collinare ad alta vocazione viticola, appoggiato ai modesti rilievi che separano la Valle dell’Adige dalla Val di Cembra e che culminano con il Monte Corona (1.035 m) punto di contatto fra il calcare della Valdadige e il porfido della Val di Cembra. Prevale l’esposizione ad occidente con un orizzonte orografico ottimale, privo di rilievi per l’ampiezza della valle dell’Adige. Beneficia di un’ottima insolazione con un numero di ore di sole fra i più elevati del Trentino. L’altimetria parte dai 200 m s.l.m. del fondovalle e sale ai quasi 700 m s.l.m. dei vigneti posti più in alto sopra la frazione dei Serci. La sella di Terlago fra il Bondone e la Paganella apre la via “all’Ora del Garda”, il vento caratteristico che proviene dall’omonimo lago e che contribuisce ad accentuare il clima prealpino, limitando i ristagni di umidità e mitigando le temperature. Nella collina più alta, dopo il tramonto del sole lo sbalzo termico è notevole e rapido, condizioni ottimali per la corretta maturazione della Nosiola.
Il suolo è interessato da substrati pedogenetici molto eterogenei, risultato dei rimescolamenti di materiali di diversa origine legati ai depositi fluvioglaciali, fluviali e torrentizi (conoidi di deiezione) e materiali calcarei o porfirici di versante. Terreni mediamente profondi di tessitura franco-sabbiosa o franco-limosa, scheletro da moderato ad elevato nei conoidi o in presenza di affioramento del calcare. Il tenore in argilla varia dal 10 al 20% nei punti di accumulo delle particelle fini, valori moderati in assoluto, ma decisamente più elevati di molte altre zone viticole trentine. Si osservano principalmente tre tipologie di terreno: le terre rosse, i terreni del gesso e i suoli calcareo dolomitici. Le terre rosse del Werfen tra Pressano e le pendici del Monte Corona sono di origine sedimentaria e risalenti a 250 milioni di anni fa, dove dominano le arenarie e le siltiti rosse e gialle una marna friabile dove le radici delle viti possono affondare, conferendo consistenza e croccantezza ai vini.
I terreni del gesso più a nord verso i Sorni, sono derivati da antichi depositi di gesso e risalgono a circa 270 milioni di anni fa, terreni di colorazione grigia, profondi ben strutturati ricchi di scheletro per vini sapidi e duraturi.
Nella parte più alta della strada del vino, presso il Maso San Valentino dove si diparte la via per la Valle di Cembra, troviamo i suoli dolomitici, originati 230 milioni di anni fa dalla stratificazione della barriera corallina, terreni franco sabbiosi con abbondante scheletro, ottimi per vini più fruttati, delicati e di acidità nervosa.
Le caratteristiche geologiche di questi terreni, assieme al clima favorevole, rappresentano una grande potenzialità e possibili diverse interpretazioni della Nosiola, in particolare per le uve ottenute nei vigneti posti a quote al di sopra dei 400 metri, altitudine ritenuta ottimale anche per effetto del cambiamento climatico.
L’altro territorio vocato per la Nosiola è la Valle dei Laghi, in particolare i terreni terrazzati ben esposti, chiamati in loco “fratte”, presenti nelle colline a monte di Santa Massenza, alle spalle del lago di Toblino, verso sud sulla modesta dorsale che separa la Valle di Cavedine dalla piana alluvionale del Sarca fino ad incontrare il Lago di Cavedine e poco oltre la frana delle Marocche. Dal punto di vista geologico si tratta di terreni calcareo-marnosi originati dai depositi marini risalenti al Giurassico superiore. Terreni interessati dall’azione erosiva dell’ultima glaciazione e da importanti depositi fluviali e morenici, terreni franco sabbiosi di media profondità con abbondante scheletro, tendenzialmente siccitosi.
Il clima è subcontinentale-alpino con alcuni caratteri di tipo mediterraneo in particolare nel regime delle temperature. Nei mesi invernali le stesse scendono sotto lo zero solo per brevi periodi, nei mesi primaverili i gradienti termici più contenuti ritardano il germogliamento e il regime di brezze rallenta le successive fasi fenologiche della vite, compresa la maturazione dei grappoli che è più lenta, con un maggiore equilibrio compositivo delle bacche.
La presenza del lago di Garda da luogo al vento costante “l’Ora del Garda” che spira verso nord dalla tarda mattinata fino al pomeriggio. Nelle prime ore del mattino alla brezza dell’Ora si contrappone una brezza di monte chiamata localmente “Peler”. La presenza di questi due brezze, dei veri venti costanti rendono possibile l’appassimento naturale delle uve Nosiola per la produzione del Vino Santo DOC Trentino. Appassimento molto prolungato che solo la Nosiola sopporta con risultati eccellenti, per il limitato sviluppo di muffe indesiderate e senza eccessiva disidratazione degli acini, in attesa del momento della pigiatura, che la tradizione vuole durante la Settimana Santa, successiva alla vendemmia. L’attecchimento della muffa nobile in forma infavata ossia con sviluppo all’interno dell’acino, favorisce la concentrazione degli zuccheri, dell’acidità, dei sali minerali e porta alla formazione di nuovi aromi che si andranno a complessare durante il lungo invecchiamento del vino (non meno di dieci anni).
Il vino Nosiola della Valle dei laghi si esprime con piacevoli note olfattive fruttato-floreali, meno minerali della Nosiola di Pressano, mentre al gusto la struttura è ben delineata con ottima persistenza favorita dalle macerazioni pre-fermentative o con un contatto più prolungato fino all’alzata di cappello, che apporta al vino una percepibile rugosità allungandone la sensazione gustativa al palato. L’eventuale utilizzo del legno, sempre moderato, amplifica le sensazioni di volume e consistenza del vino.
Come avviene per la gran parte dei vini bianchi si apprezza la freschezza legata all’acidità malica e pertanto anche nella Nosiola si evita la retrogradazione malica, per conservare intatta la freschezza del frutto.
La presenza nelle uve Nosiola di una frazione significativa di terpeni legati, e quindi trattenuti dalla molecola di zucchero li rende non percettibili al nostro olfatto, con la maturazione del vino, ossia dopo 8-10 mesi dall’avvenuta vinificazione una frazione dei terpeni (geraniolo) glicosidati si può liberare ed il vino assume un leggero e piacevole sentore floreale di rosa passita.



