Articolo di Barbara De Dominicis
Membro Direttivo del Club Enogastronomico Viterbese

Sono ormai trascorsi ben 63 anni da quando l’Uomo ha conquistato lo spazio e, nelle molteplici missioni nel cosmo, tanti sono stati gli esperimenti compiuti.
Tra questi fondamentali, ma forse poco pubblicizzati, sono quelli relativi all’alimentazione che è alla base di qualsiasi iniziativa terrestre o spaziale che sia.
Gli astronauti, ovviamente, hanno sempre soddisfatto i loro bisogni alimentari ma ultimamente si è cercato anche di rendere godibile questa loro primaria necessità. Gli studi dell’ultima missione spaziale hanno contribuito a migliorare, con successo, questa “materia”.

Il 18 gennaio 2024 è iniziata la missione Axiom-3 che ha portato l’equipaggio alla Stazione Spaziale Internazionale dove è rimasto per due settimane: pilota del gruppo è stato il Colonnello Walter Villadei della nostra Aeronautica Militare che durante la missione ha compiuto esperimenti legati allo studio della salute umana.
Il Col. Villadei non è stato però l’unico italiano presente nella stazione spaziale; infatti, l’equipaggio è stato nutrito con cibo italiano grazie a studi e prodotti realizzati per l’occasione dalle aziende Rana e Barilla. Entrambe le aziende, e altre nazionali, sono parte dell’Italian Space Food Project che si inserisce nel contesto della candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell’UNESCO, presentata dal governo italiano a fine marzo 2023.
Durante la presentazione del progetto e della collaborazione tra le agenzie spaziali italiana e americana il Col. Villadei ha sottolineato l’importanza della presenza di diverse istituzioni: oltre all’Aeronautica Militare e il Ministero della Difesa partecipano infatti il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare, delle Foreste, il Ministero del Made in Italy, la Presidenza del Consiglio e l’industria italiana.
Nello spazio sono state analizzate particolarità legate al gusto, alla percezione e al profumo di cui non abbiamo esperienza “sulla terra”: esperienze che hanno già stimolato ulteriori ricerche che una volta sviluppate saranno a disposizione del pubblico.
Anche l’alimentazione degli astronauti durante la quarantena pre-lancio è stata basata sui prodotti italiani e realizzata dagli chef della Nasa, lungamente istruiti in Italia, che hanno preparato i pasti vivendo anche loro in quarantena. I nutrizionisti, che studiano le abitudini e le necessità alimentari degli astronauti, hanno progettato pasti equilibrati adatti a fornire tutti gli elementi necessari ed eventualmente integrare situazioni di carenza.
La ricerca è stata finalizzata anche a creare tecnologie innovative adatte a nuovi ambienti, ricerche del costo di centinaia di miliardi di dollari di cui le nostre imprese potranno fruire sia per migliorare le apparecchiature a nostra disposizione sia per partecipare alle enormi opportunità che si apriranno nel giro di pochi anni con la New Space Economy.
La NASA ha redatto una Carta della Nutrizione che esprime i criteri generali per un sistema nutrizionale valido per una potenziale esplorazione di Marte e missioni per altri luoghi dello spazio.
Questi studi avranno una ripercussione sull’alimentazione di noi terrestri?
Potremmo fare un paragone con l’ambito della Formula 1 … i risultati delle costose e lunghe ricerche, finanziate per potenziare e migliorare le caratteristiche delle potenti vetture da corsa, passano poi alle linee di produzione delle auto che circolano nelle nostre strade, con miglioramenti ai sistemi di guida, sicurezza, consumo e uso di carburanti ecologici.
Quali caratteristiche deve avere il cibo per essere utilizzato nelle missioni spaziali? Sono numerosi i problemi che hanno richiesto studi e ricerche, sia incentrati sugli alimenti che sulle possibilità per l’uomo di nutrirsi in assenza di gravità, pensiamo infatti alla “semplice” deglutizione o alla possibilità di bere i liquidi…
Le esigenze fondamentali del cibo spaziale sono:
conservabilità dei cibi per 12-18 mesi attraverso liofilizzazione e termostabilizzazione
mantenimento del valore nutrizionale
mantenimento di aspetto, consistenza e sapore
Un’altra importante componente, che è anche uno dei valori fondanti dei nostri Club, è stata focalizzata nella convivialità: mangiare insieme, riunendo almeno per un pasto i due team dell’equipaggio che si alternano ogni 12 ore, rafforza lo spirito di squadra e aiuta a superare lo stress di vivere in costante concentrazione, in un ambiente ristretto e lontano da casa.
Uno dei partner della NASA è Argotec un’azienda aero ingegneristica torinese che progetta, sviluppa e testa strumenti e prodotti aerospaziali.
Lo chef italiano Stefano Polato ha collaborato con Argotec allo studio e alla preparazione dei pasti spaziali fin dalla prima missione di Samantha Cristoforetti. Ogni astronauta usufruisce settimanalmente di un bonus food strutturato da Argotec: una ricetta preparata su sua specifica richiesta, un piatto tipico del suo paese o il suo pasto preferito.
Polato ha seguito lo schema elaborato dall’Università di Harvard basato sulla Piramide Alimentare Mediterranea e proposto in una forma facilmente applicabile anche nell’alimentazione quotidiana.
Le proporzioni ideali degli alimenti sono, per ogni pasto, il 50% verdura e frutta, il 25% carboidrati e il 25% proteine: è uno schema universale idoneo a onnivori, vegetariani e vegani. Sottolinea l’importanza dei legumi, della frutta secca, dei semi oleosi dei cereali integrali e diminuisce la presenza di alimenti di origine animale, da consumare con parsimonia.
Oltre alle questioni strettamente legate agli alimenti, c’è sempre stato il problema della gestione delle risorse: acqua, uso di energia e volume devono essere infatti limitati al massimo mentre ovviamente lo scarto deve essere minimo.
Gli scienziati alimentari della NASA hanno migliorato la qualità del cibo spaziale nel corso dei decenni e oggi le navicelle mercantili trasportano una varietà di piatti appetitosi per rifornire la Stazione Spaziale Internazionale per le missioni di lunga durata.
Il 12 aprile 1961 Jurij Alekseevič Gagarin divenne il primo uomo a compiere un’orbita completa intorno alla Terra. Rimanendo a bordo della capsula Vostok 1 un’ora e quarantotto minuti, il primo astronauta che diede inizio all’impresa del volo umano nello spazio.
Il suo primo spuntino spaziale non fu particolarmente gustoso o invitante, ma servì a dimostrare che un essere umano è in grado di deglutire e quindi di mangiare anche in assenza di gravità. Gagarin consumò il cibo contenuto in tre tubetti, simili a quelli per il dentifricio: due con purea di carne e uno con una crema di cioccolato.
Dopo le missioni Apollo, negli anni Settanta, la NASA si è concentrata sul progetto Skylab, un laboratorio spaziale che tra il 1973 e il ‘74 ha ospitato tre equipaggi, per un totale di 171 giorni. La tecnologia per la conservazione degli alimenti è stata una delle più sofisticate, anche se molto dispendiosa. Nel menu per la prima volta furono inclusi anche prodotti congelati o refrigerati.
Un altro aspetto importante è stato certamente l’utilizzo di una sorta di tavolo per il consumo del pasto. Lo Skylab poteva disporre di un grande volume interno, così fu possibile posizionare un tavolo con sopra diverse vaschette per gli alimenti. I vassoi, oltre a contenere il cibo, avevano anche la funzione di scaldavivande, sino a una temperatura di 66°C. Per quanto riguarda il packaging, gli astronauti avevano a disposizione alcune lattine contenenti del cibo termostabilizzato, con una membrana protettiva per non far fuoruscire il contenuto al momento dell’apertura oppure con una valvolina per la reidratazione. Invece dei sacchetti, per bere venivano usate delle bottigliette comprimibili ed espandibili come una fisarmonica. Mangiare sullo Skylab era un’attività piuttosto facile: coltello, forchetta, cucchiaio e forbici erano tenuti attaccati al vassoio tramite un magnete. Il menù era ampio, con 72 piatti diversi, vista la grande possibilità di stoccaggio. Infine, c’era anche un frigorifero per poter conservare gelato reidratabile, frutta e bevande.
Il cibo dello Skylab era migliore rispetto a quello di Apollo, ma ancora abbastanza insoddisfacente e poco gustoso. Un menu sullo Skylab poteva essere composto da tacchino al sugo, purè di patate, pesche, biscotti e caffè. Una speciale pistola ad acqua permetteva di reidratare il contenuto dei sacchetti sino a ottenere la giusta consistenza.
Attualmente a bordo della Stazione Sperimentale Internazionale ISS non ci sono congelatori o frigoriferi, soluzione abbandonata a causa dei costi eccessivi e della potenza necessaria; quindi, gli studi si sono indirizzati verso prodotti alimentari a lunga conservazione. I nuovi prodotti termostabilizzati non richiedono la produzione di acqua per la reintegrazione, anche se ora è stato impiantato un sistema di potabilizzazione dell’acqua che ricicla a scopo potabile anche… le urine degli astronauti…
Adesso le missioni durano circa sei mesi e l’alimentazione è sempre più importante: gli astronauti hanno 185 tra cibi e bevande più i bonus food. È inoltre presente una piccola quantità di cibo fresco come mele, arance e carote.
Vediamo ora il contributo delle aziende italiane che hanno partecipato all’iniziativa…
Il Gruppo Barilla ha affidato all’equipaggio gli esperimenti sensoriali, per meglio comprendere i bisogni legati all’alimentazione degli astronauti in assenza di gravità, dove l’esperienza del cibo e la percezione dei sapori sono molto diversi. Una routine culinaria “terrestre” si trasforma nello spazio in una sfida tecnologica di grande portata che richiede una pianificazione e una preparazione meticolose.
Bollire la pasta in microgravità non è possibile, per questo la pasta che Barilla ha inviato nello spazio, condita con olio d’oliva e sale marino, è stata sottoposta a un processo di precottura e stabilizzazione che ne ha preservato il gusto e la consistenza e ne ha garantito la tenuta al dente. Il prodotto è stato trattato unicamente con il calore, in modo da poter essere consumato anche a lungo termine senza l’aggiunta di conservanti o additivi.
La sfida affrontata dal Gruppo Rana è stata quella di creare uno specifico piano alimentare nutrizionalmente bilanciato e allo stesso tempo gourmet, con ingredienti di altissima qualità provenienti da tutta Italia. Gli chef della NASA addestrati per mesi dal Gruppo Rana hanno avuto il compito di cucinare questi piatti quotidianamente, per tutta la durata della fase di preparazione degli astronauti e della crew tecnica. Secondo il Col. Villadei “mangiare italiano durante il ritiro preparatorio prima del volo è il primo passo per vedere la dieta alimentare degli astronauti del futuro basata sulla straordinaria e variegata tradizione italiana. Il cibo non è solo un’esigenza, ma una preziosa risorsa in un ambiente che ci prepara all’elevato stress psicofisico del volo spaziale. La giusta combinazione di nutrienti, qualità e gusto diventa parte di una strategia più ampia di preparazione e mantenimento dell’operatività degli astronauti e una valida contromisura agli effetti legati alle radiazioni, alla microgravità e ai processi ossidativi”.
Il piatto degli astronauti è un piatto unico: le varie componenti sono proporzionate secondo l’esempio del Piatto Unico di Harvard, la nostra abitudine invece è quella di presentare i cibi in portate per accompagnare la nostra tradizione di separare i carboidrati da verdure e proteine: è però solo una divisione strategica! Se nel nostro mangiare quotidiano vogliamo utilizzare questo suggerimento, esso ci aiuterà a mantenere la giusta ripartizione delle componenti… potrebbe essere una versione più consapevole della alimentazione che è parte delle nostre abitudini gastronomiche…!
E non dimentichiamo che anche a noi terrestri. è concesso il BONUS FOOD per il pranzo della domenica…

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