Intervista del Cavalier De Gustibus

“Carissimo cavaliere. l’iniquità del fisco che sottopone tutti i cittadini, in maniera indiscriminata, ad una insostenibile pressione fiscale è un problema che assilla molto gli italiani tanto che molti ritengono di aver raggiunto il massimo livello storico in fatto di tassazione. Tuttavia, basta dare un’occhiata a cosa avveniva qualche secolo fa nell’ambito delle imposte sull’olio d’oliva nei territori dominati da Venezia per renderci conto che anche allora non se la passavano molto meglio!”

Chi mi parla è il Professor Domenghin, esperto in microeconomia e storia della finanza, ormai da anni in pensione e mio acerrimo avversario nelle partite a scacchi nei periodi universitari. Sin da giovane fu soprannominato “millimetro” per la sua scrupolosità in tutto ciò che faceva, dimostrandosi meticoloso a volte in modo esasperante. Anche all’Università era conosciuto come Professor Millimetro. Di tutto ciò lui era a conoscenza e ne era fiero. Ripeteva spesso: “Più gli allievi ti ritengono severo più ti rispettano e ti considerano”. Erano altri tempi, ma forse aveva ragione.
Ora siamo qui seduti, da vecchi amici, in una vecchia osteria nei pressi di Santa Marta, in quel di Venezia, davanti ad un’ombra di vino bianco, il primo di una lunga serie.

Domenico – così si chiama – vuoi dirmi che Roma ha forse imparato da Venezia ad essere esosa con il fisco?
Non scherzare, ma l’imposizione dei dazi, delle gabelle fu un problema molto sentito dalla popolazione anche nei secoli passati.

Spiegati meglio
L’olio d’oliva è un prodotto da sempre molto ricercato per i suoi molteplici utilizzi, non solo alimentari, ma anche liturgici, farmaceutici, per la produzione del sapone, la concia dei pellami, per i lanifici. Risultando il prodotto interno insufficiente alle necessità, fin dal Duecento Venezia instaurò un fiorente commercio con le diverse zone produttrici del Mediterraneo. È doveroso ricordare che tale commercio fu da sempre assoggettato a diversi dazi che contribuirono a creare gran parte delle fortune commerciali della Repubblica Veneta. Venezia importava olio dalla Puglia, dall’Istria, dalle isole e dalle coste greche e quindi lo esportava in Germania, in Lombardia ed anche nel Ponente. Le esportazioni erano favorite dalle vie fluviali del Po e dell’Adige e, sebbene nel XVI secolo il dazio sull’olio abbia subito un forte incremento che portò ad un aumento del costo finale del prodotto, l’olio veneziano era sempre molto richiesto in Lombardia e sul mercato tedesco.

Che tasse imponeva Venezia sull’olio di oliva?
Il governo della Serenissima applicava una tassa sull’importazione, che variava a seconda della provenienza della merce, un’altra sul consumo e una sull’uscita, anche in questo caso diversificata in base alla destinazione. Dazi e gabelle che Venezia imponeva coprivano i due terzi delle entrate ordinarie e costituivano la base fondamentale del bilancio della Serenissima che spesso aveva dei disavanzi notevoli. Ogni volta che l’erario aveva bisogno di reperire nuove risorse si aumentava la tassa sull’olio. Nel 1625 le necessità erano così urgenti che con un decreto si aumentò la tassazione di un soldo per ogni libbra di olio; nel 1626 se ne aggiunse un secondo con l’assicurazione che il provvedimento sarebbe stato temporaneo. Ma, come avviene anche ai nostri giorni, dopo qualche anno il secondo soldo venne considerato permanente e nel 1651 se ne impose un terzo.

Possibilità di frode?
Queste tariffe variabili offrivano l’opportunità ai commercianti di praticare delle frodi fiscali e per evitarle il governo di Venezia imponeva che per scaricare o caricare la merce dalle navi fosse rilasciata un’apposita bolletta che, però, spesso veniva alterata per ingannare i controllori.
Produzione e tassazione nell’entroterra?
Fra i territori veneti della Serenissima la sponda occidentale del Garda era la più produttiva e maggiormente olivata. Prevaleva la piccola proprietà che spesso doveva dividere il raccolto con il colono: ai costi di produzione già di per se alti si aggiungevano pesanti tasse che riducevano sensibilmente gli scarsi utili. Al momento del raccolto i proprietari dovevano sottoscrivere una nota, controfirmata anche dal parroco, nella quale andavano indicati i quantitativi di olive raccolte e questo documento doveva essere registrato entro un mese alla Cancelleria della Camera Fiscale, cosa che spesso non veniva fatto. Anche i frantoi avevano l’obbligo di tenere dei registri su cui annotare ogni singola spremitura e il relativo olio ricavato, ma non lo facevano adducendo come scusa il fatto di non sapere leggere e scrivere. Con questi espedienti si cercava di eludere il fisco che, invece, diventava sempre più esigente.

In che cosa consistevano i controlli?
I controlli erano pressanti e degli uomini armati, al servizio dei dazieri per sorvegliare il movimento del prodotto all’interno del territorio gardesano, spesso compivano sopraffazioni e abusi. Il 45% dell’olio prodotto sulla Riviera Gardesana restava all’interno del territorio, il rimanente 55% veniva esportato a Brescia, Bergamo e Verona: questi carichi di olio dovevano transitare solo per vie obbligate muniti di bollette attestanti il pagamento del dazio al consumo e quello d’uscita. Esse erano valide per un numero limitato di giorni e dovevano essere restituite alla Cancelleria di Salò. Tuttavia, nonostante tanta burocrazia, risulta che quanto attestato nelle bollette di Salò molto spesso non coincideva con quello che si verificava nei posti di guardia creando un marasma amministrativo anche con i comuni della riviera che giustamente protestavano per il carico fiscale su quantità “sparite”.

È in questo marasma burocratico e nel forte carico fiscale che nasce il contrabbando?
Sicuramente, una così forte pressione fiscale favorì il commercio clandestino di olio e nel Settecento il contrabbando di questo prodotto raggiunse livelli molto alti. Il governo di Venezia non riusciva ad arginare un fenomeno così dilagante sia per l’abilità dei contrabbandieri, sia per la corruzione degli organi preposti alla sorveglianza. Numerose barche armate solcavano le acque della laguna per bloccare i contrabbandieri, in realtà esse fermavano e sottoponevano a controlli ripetuti le imbarcazioni “innocenti”, mentre quelle dei contrabbandieri riuscivano a transitare impunemente previo l’esborso di piccole mance ai controllori.

Altri aspetti del contrabbando?
Nella terraferma la produzione locale non era sufficiente a soddisfare i bisogni alimentari ed industriali e bisognava importare l’olio da Venezia. Un carico di olio che dalla laguna raggiungere i mercati di Mantova, Brescia o di Bergamo era sottoposto al dazio di entrata, di uscita, di consumo e ad altri balzelli imposti nelle varie zone di transito e nella città di arrivo: in pratica il gravame fiscale rappresentava il 55% del prezzo iniziale dell’olio.
Queste condizioni favorirono l’affermarsi nell’Adriatico di due porti rivali di Venezia nel commercio dell’olio: Trieste, che nel 1719, sotto l’impero asburgico, divenne porto franco, e Ferrara. porto pontificio che praticava dazi minimi. In particolare, nel Ferrarese sorsero depositi di olio pugliese che da qui raggiungeva clandestinamente i territori di Verona, Mantova Brescia e Bergamo attraverso le vie di transito fluviali. La conseguenza fu che in queste provincie si registrò un notevole calo di importazione di olio da Venezia; la cosa che preoccupò molto il governo al quale veniva a mancare un considerevole gettito fiscale.

Il contrabbando esisteva anche nelle zone ove l’olio veniva prodotto?
Il commercio di olio di contrabbando era molto fiorente anche nella zona del lago di Garda in quanto sul prodotto pugliese introdotto clandestinamente non gravava la tassa al consumo. Così la Riviera si ritrovò ad esportare più olio di quanto ne producesse. Inoltre, poiché la tassa sull’esportazione in Germania era inferiore a quella per Bergamo. Brescia e Verona, si dichiarava che venisse spedito all’estero ed in realtà non superava i confini dello stato.
Sempre per lo stesso motivo l’olio a volte compiva lunghi tragitti, andava in Trentino e poi tornava indietro attraverso le Valli Giudicarie per rifornire la Valcamonica. Venezia cercò di risolvere questo annoso problema attraverso l’inasprimento delle misure di prevenzione e di repressione. Furono inviati otto inquisitori del dazio con l’intento di affrontare il fenomeno alle radici, ma visti gli scarsi risultati ottenuti, gli stessi chiesero di essere rimossi dall’incarico.

Ma quali erano le categorie sociali che si avvalevano dell’olio di contrabbando?
Ti sembrerà impossibile ma ti rispondo: tutte! L’olio di contrabbando, avendo un costo notevolmente inferiore a quello daziato, era molto richiesto non solo dai ceti meno abbienti, ma anche dai nobili e dal clero tanto che il governo di Venezia nel 1745 impose ad ogni monastero l’obbligo di consumare almeno un miaro (circa 500 litri) di olio daziato all’anno. Questa norma non fu recepita molto da monache e religiosi che continuarono a rifornirsi in prevalenza di olio di contrabbando seguendo il motto: “Il contrabbando è proibito dagli uomini ma non è un peccato per Dio”.

E brave le suore, che ne dici Domenico, ci facciamo un’altra ombra?
Approvo, però beviamo e non parliamo più di tasse.

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