Articolo realizzato da Attilio Barbieri
Tratto dal blog “Il casalingo di Voghera.it”

Chiariamo una cosa: la dicitura “origine UE e non UE” non è un’invenzione dei produttori, ma viene da una legge europea. È il Regolamento UE 775 del 2018 che la permette. Questo regolamento stabilisce all’articolo 2 che: «L’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza di un ingrediente primario, che non è lo stesso paese d’origine o luogo di provenienza indicato per l’alimento, può essere fornita» anche con la dicitura “UE e non UE”. Invece di aiutarci a capire da dove viene veramente il cibo, questa regola ottiene l’effetto opposto.
Mi sono già occupato in passato di questo tema. Sul blog ho pubblicato un contributo video dell’avvocato Dario Dongo, grande esperto di cose alimentari. A lui si deve l’iperbole chiarificatrice «origine pianeta Terra».
Ma di recente, in una discussione con un lobbista dell’industria alimentare, mi sono ritrovato a dovermi quasi “giustificare” per quel che ho scritto più volte in materia. Torno sul tema volentieri e fornisco ai miei lettori anche ulteriori elementi di valutazione su un sistema di etichettatura assurdo.

Un ossimoro comunicativo: quando dire tutto equivale a non dire nulla

Questa dicitura rappresenta un vero e proprio controsenso comunicativo. Pensateci: dire che qualcosa proviene da “UE e non UE” significa coprire tutte le possibilità geografiche esistenti. È come dire “questo ingrediente viene dal pianeta Terra” – tecnicamente vero, ma praticamente inutile!
Quando un’etichetta dichiara che l’origine di un ingrediente è “UE e non UE”, sta dicendo una cosa che è sempre vera in ogni caso, quello che nella logica si chiama una tautologia: una frase che non può mai essere falsa. È come se qualcuno vi dicesse «Domani pioverà o non pioverà»: un’affermazione impossibile da smentire, ma che non vi dà alcuna informazione utile.
Dal punto di vista dell’informazione al consumatore, un messaggio che includa tutte le possibilità insieme ha valore informativo zero. È come se, chiedendo a qualcuno dove si trovi un oggetto, ci rispondesse «è qui o da qualche altra parte». Tecnicamente corretto, ma completamente inutile. L’espressione “UE e non UE” finge di informarci sull’origine geografica, ma in realtà non ci dice niente di utile per le nostre scelte d’acquisto. È un ossimoro comunicativo, un trucco che, invece di chiarire, confonde – non per ciò che dice, ma per come lo dice. Crea l’illusione di un’informazione utile dove in realtà c’è solo un’ovvietà.

La funzione ideologica: quando l’etichetta nasconde invece di rivelare

Lo studioso francese Roland Barthes, nel  libro “Miti d’oggi”, ci aiuta a capire cosa succede realmente con etichette come “UE e non UE”. Barthes parlava di come certi messaggi possano trasformare scelte deliberate in cose che sembrano naturali e inevitabili. La dicitura “UE e non UE” funziona proprio così: trasforma una scelta deliberata (non dire esattamente da dove viene un ingrediente) in un’apparente informazione ufficiale che sembra utile. In pratica, l’etichetta sembra trasparente quando in realtà è reticente.
Questa etichettatura opera in quattro modi principali:
1. Nasconde scelte economiche. La decisione di non rivelare l’origine precisa degli ingredienti può anche favorire i produttori che vogliano mantenere flessibilità nelle loro catene di approvvigionamento. L’etichetta fa sembrare questa scelta una semplice formalità tecnica, nascondendo i vantaggi economici per chi la usa.
2. Normalizza la mancanza di informazioni. Con l’utilizzo di  un linguaggio ufficiale e burocratico, normato addirittura da un Regolamento europeo, l’etichetta fa sembrare normale che i consumatori non possano sapere da dove viene ciò che mangiano.
3. Finge trasparenza. Il trucco più sottile è che questa etichetta simula proprio ciò che nega: la trasparenza. Sembra dirti qualcosa sull’origine, ma in realtà nasconde le informazioni specifiche. Come diceva Barthes, trasforma una scelta deliberata in qualcosa che sembra inevitabile e addirittura naturale.
4. Ci tratta da consumatori passivi. Implicitamente, questa etichetta ci considera consumatori che devono accontentarsi delle briciole di informazione, senza pretendere di sapere davvero cosa stiamo mangiando.
La dicitura “UE e non UE” diventa così un trucco comunicativo che non solo non ci dà informazioni utili, ma mantiene uno squilibrio di potere nella filiera alimentare. Noi consumatori siamo tenuti all’oscuro, mentre ci viene data l’illusione di essere informati. Il regolamento prende il linguaggio della trasparenza e dell’informazione al consumatore, lo svuota del suo significato originale e lo riempie con un nuovo significato che nasconde la vera origine del cibo. Ci troviamo davanti a un’etichetta che promette di dirci qualcosa ma in realtà non ci dice nulla.

In conclusione

Quando vedete “UE e non UE” su un’etichetta, ricordate: è un’informazione autorizzata dalla legge (Regolamento UE 2018/775), ma è un’informazione che non informa. È un po’ come se chiedeste a qualcuno dove ha comprato le scarpe e vi rispondesse «da qualche parte nel mondo».
Tecnicamente vero, ma decisamente poco utile! Personalmente preferisco i prodotti che hanno il coraggio di dirmi esattamente da dove arrivano gli ingredienti di cui sono fatti. I motivi? Sono più d’uno. Intanto potrei decidere di evitare gli alimenti che provengano da Paesi in cui le regole sulla sicurezza alimentare sono molto meno stringenti delle nostre. Penso ai pesticidi utilizzati a man bassa per il riso cambogiano o i cereali in Brasile. E magari  di escludere da mio carrello della spesa i prodotti con ingredienti importati da Paesi dove venga sfruttata ad esempio la manodopera minorile oppure, ancora, Paesi che abbiano scatenato la guerra commerciale in atto, come gli Stati Uniti. Anche questo significa compiere scelte informate.

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