
Breve estratto dell’intervento presso la sala della Sosat del 18 ottobre 2023
A cura di Paolo Milanigusto

Chi ha inventato il vino? È di solito la prima domanda che ci si sente porre quando si parla della storia di una bevanda che da tempo immemorabile accompagna il cammino della nostra civiltà. L’origine del vino è senza dubbio antichissima e le testimonianze sul suo conto si perdono nella notte dei tempi. Attualmente gli studiosi non sono in grado di indicare con certezza dove, quando e chi abbia inventato il vino. Tuttavia, non mancano reperti archeologici che collocano le più remote pratiche vinificatorie nella zona del Caucaso circa 10 mila anni fa. Di molto successiva è, invece, la prima giara da vino, scoperta in un villaggio neolitico nella parte settentrionale dell’Iran e risalente molto probabilmente al 5.100 a.C. Per quanto riguarda la vite (vitis vinifera), le prime attestazioni risalgono al 7.000 a.C. circa in Cina, al 6.000 a.C. in Georgia, al 5.000 a.C. in Iran, al 4.500 a.C. circa in Grecia.
Proprio alla Grecia rivolgeremo la nostra attenzione perché in terra greca il vino è entrato a far parte di complessi rituali di comportamento le cui propaggini sono giunte fino a noi insieme a tanti altri aspetti di quella cultura, filtrati dal mondo romano prima e da quello giudaico-cristiano poi.
I Greci erano un popolo di pescatori, navigatori, piccoli allevatori. Mangiavano pesce, olive, cipolle, formaggio, un po’ di carne. Bevevano vino. Il vino era così importante per loro che il pantheon greco vantava addirittura un dio specifico, Dioniso.
Figlio di Zeus e di una mortale, Sémele, Dioniso era colui che aveva insegnato ai mortali a coltivare la vite e a trasformarne il succo in una bevanda straordinaria. Una bevanda capace di appagare i sensi, di portare gioia e allegria, ma in grado anche di sconvolgere la mente, di condurre alla follia, alla morte. Il mito di Dioniso ne è testimonianza. Abbonda di personaggi che dopo essere entrati in contatto col dio finiscono la loro vita nel sangue. Non è un caso che fin dall’inizio il rosso del vino si mescoli proprio con il rosso del sangue. I Greci ne erano consapevoli. Il consumo del vino comportava grossi rischi e per questo i loro miti associavano gli effetti del vino con la follia. Bisognava berne poco altrimenti poteva avere conseguenze tragiche. Icario, il contadino greco, che aveva appreso da Dioniso a coltivare la vite e a vinificare, viene ucciso dai suoi amici pastori che ubriacatisi lo aggrediscono. Sua figlia Erigone, trovatolo morto, per la disperazione si impicca. Il vino, se non è gestito con moderazione, porta la morte. Ora come allora, la consapevolezza di un consumo misurato era parte della cultura del vino.
Ma se nel mito i Greci ne sottolineavano soprattutto i rischi, nella vita di tutti i giorni il vino che posto occupava? Diciamo che era presente – come per noi – in moltissime occasioni: si beveva duranti i pasti, nelle pause dai faticosi lavori nei campi, nelle feste delle divinità, per celebrare momenti importanti come una vittoria o la sottoscrizione di un patto, in occasione della visita di un ospite e in altre ancora. Ma la situazione più tipica e quotidiana in cui essi consumavano il vino era il simposio. Il simposio era un rito sociale e religioso, tipicamente aristocratico. Non una pratica per gente semplice, ma un appuntamento serale per i ceti agiati che nel vino trovavano un’occasione di intrattenimento. All’evento partecipavano i maschi adulti liberi. Le donne erano bandite. Tranne le etere, come vedremo: donne affascinanti, alla moda, colte, in grado di tenere testa agli uomini nelle conversazioni, pagate per allietare la serata con balli, canti e anche prestazioni sessuali. Dal simposio erano esclusi naturalmente i servi e gli schiavi. Erano ammessi i ragazzi, come coppieri e come uditori perché il simposio in virtù dei temi discussi era considerato un momento formativo.
Il rito cominciava dopo il tramonto, quando gli impegni della giornata erano conclusi. La servitù, dopo la consumazione della cena, ripuliva il pavimento dai resti della cena. Addossava alle pareti della sala dei divanetti ben imbottiti, tutti equidistanti dal centro, di modo che nessuno avesse una posizione privilegiata. Su di essi si sarebbero accomodati, sdraiati sul fianco sinistro, da soli o a due a due, il padrone di casa e i suoi amici. Al centro della sala trovava posto il cratere: il grande vaso della capacità anche di 40-50 litri in cui era contenuto il vino. Lavatisi le mani con acqua attinta da brocche, gli ospiti si coprivano il capo con ghirlande di edera o vite – le piante sacre a Dioniso – e si intrattenevano in lunghe conversazioni destinate a durare fino a notte fonda se non fino all’alba, coccolati dalla musica di una lira o di un flauto doppio e bevendo vino. Naturalmente modi e forme potevano cambiare da città a città nella multicentrica Grecia antica. Ma il simposio era comunque e ovunque un rito che accomunava tutti i Greci e che, come tutti i riti, prevedeva un preciso codice di comportamento. Iniziava sempre con una libagione, cioè un’offerta alla divinità. Si versavano a terra alcune gocce di vino puro e si elevava un’invocazione gli dèi, poi si procedeva ad un primo brindisi bevendo un sorso di vino puro. A questo punto i simposiasti sceglievano un simposiarca, un capo del simposio che stabiliva le modalità e i tempi di svolgimento. Toccava a lui, ad esempio, stabilire la proporzione fra acqua e vino, perché i Greci non bevevano quasi mai vino puro, l’intervallo fra una bevuta e l’altra, il tema della conversazione e la quantità totale di vino per la serata. Mescolato con le prescritte parti di acqua nel cratere, il vino veniva versato tramite una caraffa con beccuccio nelle singole coppe, di solito a due manici. L’ordine della distribuzione procedeva rigorosamente da sinistra verso destra nella direzione che si riteneva di buon auspicio. Dopo aver ricevuto una coppa ricolma, i partecipanti bevevano e conversavano.
Salvo rarissime eccezioni, come abbiamo detto, il vino non era mai consumato puro, ma sempre tagliato con acqua. La percentuale di miscelazione, come pure l’uso di recipienti specifici, era una spia della ritualità solenne che informava di sé il simposio e segno della civiltà dei Greci.
La proporzione tra parti di acqua e di vino poteva variare da occasione a occasione o da vino a vino. Le testimonianze più antiche parlano di miscele forti in cui il vino prevale sull’acqua. Alceo, poeta vissuto fra il VII e il VI secolo a.C. raccomandava un mix di 2 a 1. Anacreonte di Teo, poeta lirico del VI secolo a.C., parla di cinque parti di vino e tre di acqua. Col tempo si affermano pratiche più “light” di tre o quattro parti di acqua e una di vino.
Anche nel numero delle coppe da vuotare c’era una misura, per evitare gli effetti deleteri dell’ubriachezza. Era compito del simposiarca vigilare sulle quantità di vino consumate: il successo di un simposio consisteva, infatti, nella capacità di bere mantenendo la lucidità necessaria per conversare brillantemente. E gli argomenti erano i più vari, spesso anche molto impegnativi: si andava dalla politica alla filosofia, dall’attualità alla religione, dalle passioni della vita, al tema della vecchiaia e della morte.
Per poter fare bella figura, dunque, il simposiasta “tipo”, colto e aristocratico, sapeva di doversi attenere a misura e pacatezza nel consumo. Tuttavia, come è naturale aspettarsi, anche le migliori intenzioni potevano essere trasgredite.
Nel Simposio di Platone, ad esempio, gli ospiti invitano a fare una bevuta leggera perché la sera prima avevano alzato il gomito. Ad un certo punto, però, nel cuore della notte, irrompe nella sala il giovane Alcibiade, ubriaco fradicio, proveniente da un altro simposio. Immediatamente si proclama simposiarca e ordina a tutti di bere. In men che non si dica vuota una coppa da otto cotili, circa 2 litri! Insomma, le incoerenze tra il dire e il fare non mancavano. In generale, però, se poteva essere tollerata nel simposio, l’ubriachezza era pubblicamente oggetto di forte riprovazione. La legge la sanzionava severamente in determinate circostanze.
Solone, celebre legislatore ateniese, aveva stabilito che un magistrato sorpreso ubriaco nell’esercizio delle sue funzioni fosse punito con la morte e che nei mercati il vino si vendesse già diluito con acqua perché non si verificassero casi di ebbrezza molesta. Per le norme ateniesi chi commetteva un reato da ubriaco era punito con pene più severe. A Sparta chiunque trovasse qualcuno che facesse baldoria per effetto del vino poteva procedere in autonomia con la punizione. A Creta nel VI secolo a. C. sembra che fosse addirittura punita l’ubriacatura in solitudine. Ma non quella in compagnia, cioè quella nel simposio.
Ma cosa bevevano i Greci? O meglio, e più in generale, quali erano i loro vini preferiti? In prevalenza si trattava di vini rossi anche se nelle opere del corpus ippocraticum erano citati il “vino bianco vinoso” e il “vino bianco aspro” come rimedi contro le malattie. Nella poesia e nelle opere in prosa non mancavano citazioni di vini pregiati. Quando Telemaco giunge alla reggia di Pilo da Nestore per informarsi sul destino del padre, Omero ci racconta che gli fu offerto vino di altissima qualità, invecchiato undici anni e sempre accuratamente conservato nella dispensa. Un altro vino molto rinomato era quello donato ad Ulisse da Marone, sacerdote di Apollo. Fu, quello, un dono provvidenziale perché grazie ad esso l’eroe poté ubriacare Polifemo e aver così salva la vita. Omero ci dice che veniva dalla Tracia, in particolare da Ismaro. In seguito, dal nome del sacerdote, fu detto maroneo e godette di ampia fortuna anche in epoca romana. Gli eroi che combattevano a Troia apprezzavano anche il vino di Pramno, località non ben identificabile. Particolarmente gradito era il vino di Tracia, preferito da Agamennone. Anche il poeta Archiloco ne parlava insieme al vino dell’isola di Nasso. Oltre a quelli pregiati i Greci annoveravano anche vini di seconda scelta per il consumo quotidiano, specie di chi non poteva permettersi nulla di meglio. Erano vini di qualità inferiore, adulterati con spezie, resine, miele, mescolati con formaggio, affumicati o addolciti col piombo che serviva anche come conservante.
Tornando al simposio, oltre al vino e alla conversazione, esso prevedeva nel corso della serata anche momenti di intrattenimento. Di questi erano protagoniste le etere, come si è detto, le uniche figure femminili ammesse al consesso. Le etere erano il corrispondente antico delle nostre “escort”. Non a caso, etera in greco significa “compagna”. Proprio come “escort” in inglese significa “accompagnatrice”. E delle escort le etere avevano tutte le caratteristiche. Erano pagate per partecipare al simposio e per allietarlo con la loro presenza: suonavano, cantavano, ballavano. Alcune erano molto colte, come Aspasia la concubina di Pericle, l’uomo politico più in vista dell’Atene del V secolo a. C. Sapevano discutere di poesia e filosofia. Ma erano lì anche per compiacere sessualmente gli ospiti. Si distinguevano per i loro abiti alla moda e per i loro profumi. Quelle che ci sapevano fare, riuscivano a condurre una vita agiatissima. Erano grandi seduttrici, conquistavano uomini ricchi che sborsavano per loro un sacco di soldi.
Tra una bevuta e l’altra quando l’alcol cominciava a sortire i suoi effetti e la notte era scesa, le etere proponevano i propri favori improvvisando danze licenziose, striptease e, come si può immaginare, molto altro. Insomma, niente che non si sia già visto anche ai nostri tempi dove in certe situazioni e in certi milieu sociali affari, vino e sesso si intrecciano indissolubilmente.
Ma oltre al simposio il vino in Grecia era anche molto altro. Qui per ragioni di spazio non possiamo andare oltre, affrontando, ad esempio, gli aspetti connessi con i culti agli dei su cui esiste un’ampia bibliografia che consente ai lettori più curiosi un approfondimento estremamente appassionante. A noi basti concludere ricordando che il nettare della vite era senza dubbio un elemento portante dell’identità culturale dei Greci e lo era a tal punto che il suo peso nei secoli non è venuto meno, tanto che in molti rituali sociali e religiosi anche della nostra epoca continua a farsi sentire in forme non molto dissimili.



