Articolo realizzato da Prof. Francesco Spagnolli
per gentile concessione della Confraternita della Vite e del Vino di Trento

Già dirigente del Centro Istruzione Formazione di IASMA (Istituto Agrario San Michele all’Adige) – F. MACH

Qualsiasi record, da quello dell’ora di Francesco Moser a quelli più recenti di Jannik Sinner, si dice che sia fatto per essere prima o poi battuto. Ma il Trentino vitivinicolo ne detiene almeno due che non solo non potranno essere superati, ma probabilmente nemmeno eguagliati: avere su di un areale così piccolo (6.207 kmq) e con un’estensione vitata relativamente modesta (da qualche decennio stabilizzata intorno ai 10.000 ettari), una diversità di micro ambienti, costituiti da clima e terreno, così differenziata e varia; e come secondo punto, ma niente affatto secondario, il numero di scienziati che si sono occupati della vite e del vino, tutti operanti a San Michele, a partire da Edmund Mach per arrivare fino a Fulvio Mattivi.
In quello che corrisponde attualmente al territorio della provincia di Trento, la vite ed il vino possono vantare una storia di almeno 2.500 anni: dalle testimonianze reto-etrusche (situla di Cembra e cista di San Zeno) agli “splendori” produttivi e commerciali dell’epoca romana, per arrivare al tardo Medio Evo e ai conventi dei frati (perlopiù agostiniani), all’epoca del Concilio di Trento (1545-1563), del quale, e non tanto sui verbali delle riunioni dei padri conciliari, quanto piuttosto sulla situazione vitivinicola del circondario cittadino, si sofferma, spesso usando un linguaggio alquanto arzigogolato in stile seicentesco, lo storico Michel’Angelo Mariani con una pubblicazione datata 1673.
La seconda metà dell’Ottocento rappresenta quella che possiamo definire la “prima rivoluzione” della vitienologia trentina: i “fermenti” illuministici introducono nell’antico continente il concetto di scienza come frutto della ragione, abbandonando concetti e preconcetti spesso a sfondo religioso; l’arrivo, dall’America settentrionale, dei tre “flagelli” per la Vitis vinifera (oidio, peronospora e fillossera) cambiano drasticamente tutte le tecniche viticole tradizionalmente consolidate, introducendo l’uso degli antiparassitari (oggi “fitofarmaci”) e l’impiego del portainnesto, perlopiù di origine americana, rappresentato da specie appartenenti al genere Vitis e relativi ibridi.
E proprio il caso di dire che a ”cavallo” tra il XIX e il XX secolo, il Trentino vitivinicolo, come pure altri settori quali bancario e dell’approvvigionamento alimentare, viene pervaso dal movimento cooperativistico che porterà alle Cantine Sociali (le prime, tra l’altro, in zone dove attualmente la viticoltura è scomparsa o comunque ridotta al “lumicino”) ad incantinare la stragrande maggioranza della produzione, cosa che, pur con qualche ritocco percentuale, è rimasta invariata anche ai nostri giorni.
Cambiano pure i sistemi di allevamento della vite e i sesti di piantagione del vigneto: per i primi si applicano le scoperte della fisiologia vegetale, mentre per i secondi si va verso la monocultura e la monovarietà, cercando di agevolare sempre più le lavorazioni. Per dare impulso ed applicazione pratica a questi cambiamenti, ma anche nel tentativo di appacificare le tensioni etniche che si stavano delineando soprattutto nel Tirolo meridionale (Welschtirol), la dieta di Innsbruck decise di fondare, nel gennaio del 1874, l’Istituto Agrario di San Michele, articolato sul modello di Klosterneuburg, in scuola e stazione sperimentale.
Ed è così che all’inizio del XX secolo il vigneto Trentino raggiunge la sua massima espansione storica (quasi 18.000 ettari, anche se si tratta di una stima, in quanto buona parte era ancora promiscuo), probabilmente a causa del fatto che, trovandosi nell’area più meridionale (assieme ad altre zone della penisola balcanica), rappresentava una “buona cantina” per l’intero impero asburgico.
Con una specie di parallelismo, possiamo ritenere che l’altra grande rivoluzione nella vitienologia trentina si sia avuta esattamente un secolo dopo. Infatti, ormai compresa ed unanimemente condivisa la vocazione qualitativa del settore, ci si orienta all’individuazione di strutture e strumenti in grado di perseguirne l’obiettivo: nel 1949, presso la Camera di Commercio di Trento, sul modello francese della Champagne (CIVC), viene costituito il Comitato Vitivinicolo Provinciale: un organismo interprofessionale che ha come ruolo fondamentale quello di svolgere una specie di funzione “armonizzatrice” (mediatore di intenti) tra le varie “anime” del comparto vitivinicolo Trentino (viticoltori, cantine sociali, commercianti).
Due anni dopo prende avvio la predisposizione della carta viticola, un ponderoso lavoro che si prefigge gli “radiografare” ed indirizzare l’intero comparto sia per quanto riguarda l’aspetto varietale, sia sotto il profilo altimetrico, sia infine come struttura (cantine sociali e private).
Nel 1958 due importanti avvenimenti si propongono di elevare la qualità della produzione: nasce la Confraternita della Vite e del Vino di Trento, mentre l’Istituto Agrario di San Michele alza l’asticella dei suoi percorsi formativi attivando, al posto della ormai vetusta Scuola Tecnica, l’Istituto Tecnico Agrario con ordinamento speciale per la viticoltura e l’enologia.
La promulgazione in Italia della prima legge concernente la tutela delle denominazioni di origine dei vini (1963) e dei successivi decreti attuativi, induce il Trentino vitivinicolo a seguire questa strada dapprima con il Teroldego Rotaliano, poi con il Trentino (nelle diverse declinazioni varietali) e di lì a poco con il Lago di Caldaro, solo per citare i primi.
Ma sono ancora gli anni (inizio ‘70) in cui in Italia si consumano annualmente 123 litri di vino pro-capite, dove, pur con qualche rallentamento temporale, si intuisce la direzione che stanno prendendo il mondo ed il mercato del vino: il consumo precipita, mentre la qualità è sempre più richiesta. Proprio su questa strada in Trentino si stanno affermando sia gli uvaggi (perlopiù in stile bordolese), sia, soprattutto, gli spumanti classici, cioè ottenuti con il metodo della rifermentazione in bottiglia.
Per questi, dopo l’esperienza dell’ “Istituto” (1984) si approda alla Doc “Trento” (1993) che da una parte sancisce la vocazione trentina alle bollicine champenoise e dall’altra apre la strada sia al marchio collettivo TrentoDoc (2007), sia all’ampliamento dell’offerta che, almeno secondo le ultime stime (2023), si aggira attorno ai 13 milioni di bottiglie (da 0,75 l) commercializzate annualmente. Considerata la normativa sancita dal disciplinare di produzione con i relativi tempi di “sosta sui lieviti” (periodo tirage-sboccatura), si può stimare che le case spumantistiche trentine abbiano in giacenza almeno 40/50 milioni di bottiglie!
Il vigneto Trentino ha visto, negli ultimi cinquant’anni, una completa revisione della propria piattaforma varietale: infatti, da un 70% di uve rosse ad un 30% di bianche del 1970, si è passati nel 2024 ad un più o meno esatto rovesciamento della cifra; ma tra le bianche solo due la fanno in pratica da “padrone” incontrastate nel contendersi il territorio; il Pinot grigio e lo Chardonnay.
Dei due vitigni, ormai dominanti il nostro scenario varietale, lo Chardonnay è sicuramente il più versatile, sia in quanto a disponibilità di cloni, sia in merito alla destinazione enologica (bianco giovane, bianco robusto e moderatamente invecchiato, spumante), mentre il Pinot grigio, individuato da un commerciante di vini a Spira nel 1711 (ai tempi della “piccola glaciazione”) ha il grande vantaggio di accumulare rapidamente zucchero nel periodo invaiatura-vendemmia, ma ciò va a scapito della struttura acidica ed in particolare dell’ac. malico per cui ben si addice all’elaborazione di bianchi giovani a gusto fruttato, anche in versione rosé (ramato), ma risulta meno predisposto alla spumantizzazione, in particolare con il metodo classico.
Quale potrebbe essere il futuro (prossimo) del Trentino vitivinicolo? Tanto per partire dalla “base territoriale” vista la continua erosione nel fondo valle dell’Adige (soprattutto nei dintorni di Trento e di Rovereto) ed i cambiamenti climatici in atto, non c’è dubbio sul fatto che l’orizzonte produttivo tenderà a spingersi sempre più in alto (ormai sono già in atto vigneti situati intorno ai 1000 m di quota) e la meccanizzazione, più o meno integrale della viticoltura, avrà un ruolo fondamentale (anche sui costi di produzione). A tutt’oggi, la vendemmia meccanica, sia per motivi legati al costo dei mezzi, sia per problemi di incantinamento, stenta a diffondersi: nel 2024 dovremmo aver raggiunto una percentuale prossima al 10% (100.000 q rispetto al milione totali). Ma ci saranno anche sempre maggiori attenzioni sia alla sostenibilità, sia quella che ormai sempre più frequentemente viene definita “viticoltura di precisione”, e grazie ai progressi della scienza che conosce esattamente il ciclo biologico dei parassiti (animali e vegetali). Interpolando questi dati con quelli meteorologici (pregressi, attuali e previsionali) si riesce a mirare gli interventi con i fitofarmaci, riducendo drasticamente le dosi di principio attivo per ettaro e, di conseguenza, l’impatto ambientale.
Ma, nonostante i progressi delle conoscenze in fatto di genetica della vite, attualmente è difficile prevedere in un prossimo futuro una massiccia affermazione dei vitigni impropriamente definiti “resistenti” mentre in pratica sono solo “tolleranti”, a scapito delle cultivar autoctone e alloctone.
Lo stesso discorso può essere fatto per le alternative alla gestione convenzionale e sostenibile del vigneto, vale a dire biologico, bioclimatico e quant’altro che, anziché alle scoperte della scienza preferiscono affidarsi all’ “umore” delle stelle: rimarranno percentuali di nicchia rivolte ad un pubblico di specifici estimatori.
Per le varie “anime” della struttura produttiva (cooperazione, produttori a ciclo completo (vignaioli o Weingut), imbottigliatori (anche di spumante), il futuro sembrerebbe profilarsi abbastanza roseo, ma forse lo sarebbe ancor più se una volta per tutte venissero messe da parte quelle “beghe di quartiere” derivanti spesso dalle “maldicenze da salotto” che frequentemente abbondano in molte riunioni quando si vuol parlare di “intenti comuni”.
Una cosa, comunque, sembra sicura: quella di un vino trentino che sempre più si esprime attraverso il sussurro delle bollicine, soprattutto se classiche, di indiscussa qualità e prestigio.

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