Articolo a cura di Fabrizio Ventura
Priore della Confraternita del Bollito, della Fassona e della Pera Madernassa di Guarene

In questi ultimi anni, un tema di grande attualità che sta riscuotendo molto interesse sia tra gli addetti ai lavori che no, è il tema dell’impatto ambientale dell’allevamento bovino.
Il settore bovino dipende dall’estero per il 65% del nostro fabbisogno nazionale, il settore suino per il 40%, il latte per il 10-15%, mentre il pesce arriva dall’estero per il 75% del nostro fabbisogno. C’è l’obiettivo di aumentare le produzioni nazionali, ma la crescita della zootecnia non può prescindere da sostenibilità ambientale, benessere e salute animale.
La nostra filiera zootecnica è diventata un punto di riferimento per la qualità nel mondo dal punto di vista produttivo, del benessere animale e della tutela dell’ambiente. Siamo l’agricoltura che emette meno in termini di emissioni in atmosfera rispetto a tutto quello che avviene negli altri paesi a livello globale.
Analizziamo quelle che sono le criticità degli allevamenti bovini da carne.
Impronta ecologica: è un indicatore utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle. Un risultato che fa riflettere risulta dalla stima di quanti Pianeti Terra sarebbero necessari se la popolazione mondiale vivesse come altri Paesi (con le abitudini dell’Italia sarebbero necessari 2.6 Pianeti Terra, mentre diventerebbero 5 Pianeti Terra se tutti vivessimo come gli U.S.A). L’impronta ecologica è anche in grado di calcolare la superficie di terra biologicamente produttiva necessaria per fornire le risorse che una data popolazione necessita per ciò che consuma e per assorbire i suoi scarti.
Impronta idrica: è la misura della quantità di acqua che viene utilizzata a livello globale per il consumo di un bene o servizio. Secondo la FAO, la sola agricoltura irrigua è responsabile del 70% dei prelievi di acqua dolce a livello globale e che, per esempio, per la produzione di un litro di latte sono necessari 1000 litri di acqua.
Carbon Footprint: la misura delle emissioni di gas serra, espresse in CO2 equivalente, associate ad un prodotto per il suo intero ciclo di vita. Anche in questo caso è possibile notare che i bovini incidono fortemente su questo bilancio attraverso il naturale processo biologico di fermentazione enterica e deiezione, emettendo metano, anidride carbonica e ossido di azoto.
• Anidride carbonica (CO2), protossido di azoto (N2O) e metano (CH4). I bovini da carne producono molta anidride carbonica, ma si tratta di un processo circolare: le piante utilizzano CO2 e acqua per produrre zuccheri e ossigeno. Il bestiame utilizza queste piante e l’ossigeno per produrre energia e CO2 (vedi Figura 1).
• Protossido di azoto viene rilasciato principalmente quando il letame viene interrato.
• Quando gli alimenti vengono fermentati nel rumine, si verifica la produzione enterica di metano (CH4). La maggior parte di questo CH4 enterico viene espulso attraverso l’eruttazione. Una piccola percentuale di CH4 enterico viene prodotta nell’intestino crasso e poi espulsa. Oltre alla produzione enterica di CH4, vi è anche una produzione di CH4 attraverso le deiezioni. Il metano ha un grande impatto sull’impronta di carbonio dell’allevamento bovino, poiché l’effetto di questo composto sui gas serra è 34 volte maggiore di quello della CO2.
Il settore agricoltura rappresenta il 7% circa delle emissioni nazionali di gas serra (il restante è suddiviso tra il settore energetico per l’81% circa, il processo industriale per l’8% e rifiuti per il 4%). Per quanto ri guarda le emissioni nazionali di ammoniaca il settore agricoltura rappresenta il 94%, del quale circa l’84% è rappresentato dagli allevamenti.  un’alimentazione corretta per prevenire molte patologie dell’animale e ottenere migliori performance produttive e una buona qualità della carne.
Utili cambiamenti nell’alimentazione dei bovini da carne per far fronte ai cambiamenti climatici sono stati individuati in nuove razioni a basso quantitativo di insilato di mais o addirittura senza insilato di mais.
La sostenibilità (non solo ambientale ma anche economica e sociale) degli allevamenti da carne prevede un utilizzo efficiente delle risorse alimentari anche mediante il recupero di scarti alimentari, che appunto da scarti si trasformano in risorse.
Il sorgo si propone come alternativa al mais anche considerando il suo impiego nell’alimentazione degli animali, sia come foraggio che come concentrato. Il sorgo da foraggio insilato, con poca o assente granella è altamente digeribile ed è una buona fonte di energia. Sostituire in parte il mais con il sorgo, come materia prima per l’alimentazione degli animali, ha visto anche aumentare l’efficienza alimentare nella crescita del bovino da carne.
Una parentesi, che non c’entra con la sostenibilità ambientale ma che c’entra con l’idea anch’essa virtuosa e moderna di economia circolare: uno dei fertilizzanti utilizzati per queste coltivazioni di sorgo è un concime organico azotato costituito da sangue secco granulato a cessione controllata. Una materia prima di risulta delle operazioni di macellazione.
I ruminanti si mostrano estremamente efficienti nella conversione delle proteine vegetali in proteine animali: sono in grado di produrre un chilo di proteine assumendo solo seicento grammi di proteine vegetali. Il settore zootecnico globale utilizza circa 2,5 miliardi di ettari di suolo, il 77% dei quali sono praterie, per gran parte non coltivabili e quindi utilizzabili solo dagli animali al pascolo, che se riconvertiste a colture creerebbero danni ai servizi ecosistemici.
Emergono quindi dati più che confortanti, che vedono gli allevamenti bovini come parte della soluzione climatica. I bovini sono spesso etichettati erroneamente come un problema climatico, mentre in realtà rappresentano un’opportunità: gestendo al meglio le emissioni, soprattutto di metano, con l’alimentazione i bovini diventano parte della soluzione climatica. In alcune regioni, l’allevamento può raggiungere la neutralità climatica – il punto in cui non comporta ulteriore riscaldamento climatico – con riduzioni fattibili di metano, il tutto fornendo al contempo alimenti altamente nutrienti.
Uno studio più accurato delle emissioni di gas serra fa emergere, infatti, come anidride carbonica e metano non abbiano la stessa permanenza in atmosfera e lo stesso impatto sul clima. In particolare, il metano emesso naturalmente dai bovini viene scomposto in atmosfera e riconvertito in CO2 nel giro di dieci anni, per poi essere riassorbito dalle piante con la fotosintesi, rientrando nel naturale ciclo biogenico del carbonio. Invece la CO2 prodotta dai combustibili fossili si accumula e permane in atmosfera potenzialmente per mille anni. Agendo, quindi, sul contenimento delle emissioni di metano dei bovini si opererebbe un effettivo sequestro di carbonio in atmosfera, rendendo di fatto la zootecnia un settore attivo nella lotta al cambiamento climatico, in opposizione a quanto si ritiene erroneamente oggi. I pascoli e le praterie sono fonti di nutrimento rinnovabili per i bovini da carne e possono essere gestiti per sequestrare il carbonio e aumentare la biodiversità.
Il settore agroalimentare dovrà affrontare una grande sfida in un mondo che si appresta ad accogliere più di 10 miliardi di persone entro il 2050, a cui garantire cibo sano, sicuro e sostenibile per l’ambiente. Se per qualcuno la soluzione a tutto questo è smettere di mangiare carne, i dati scientifici dicono tutt’altro. Secondo le ultime stime FAO infatti, in uno scenario sostenibile, sarà necessario garantire un aumento medio del 30% della disponibilità di alimenti di origine animale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.
Sono molte le questioni importanti sui cui si può lavorare insieme: contro le emissioni, sulla qualità dei mangimi, sull’utilizzo dei terreni e dei suoli, per la selezione delle razze, sulla gestione dei reflui, per la circolarità integrale dei sistemi zootecnici. Temi concreti che aiutano a spostare in avanti l’equilibrio per renderlo sempre più sostenibile e più avanzato.
La carne dovrebbe essere considerata un alimento chiave per migliorare lo stato nutrizionale nell’ambito di una dieta sana, soprattutto per le popolazioni con esigenze nutrizionali elevate.
Evitare o ridurre eccessivamente l’assunzione di carne può rendere le diete meno equilibrate soprattutto per i giovani e le fasce di popolazione più fragili, tra cui le donne in età riproduttiva, gli anziani e le persone affette da patologie.

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